Editoriale
Se è vero che la Terra è un pianeta intelligente, continuando così non ci sopporterà a lungo
Il caldo asfissiante di quest’estate ci ha dato un segnale inequivocabile: dobbiamo cambiare subito i modi di pensare, produrre, di consumare.
È stata una lunga estate calda, per parafrasare un famoso film tratto dai racconti di un altrettanto famoso scrittore americano, William Faulkner, Premio Nobel per la letteratura nel 1949. La prima torrida ondata di caldo è avvenuta alla fine di maggio; poi la seconda a metà di giugno; la terza a luglio e infine la più lunga e persistente ad agosto. Col risultato di vasti e devastanti incendi in Europa, siccità e conseguente danni irreversibili all’agricoltura, mentre il riscaldamento dei mari ha nuociuto seriamente alla pesca. Per quanto il caldo con temperature ben al disopra le cosiddette medie stagionali sia stato presentato dai media come un’emergenza, in effetti è invece stata la conferma degli effetti del riscaldamento del pianeta. I fatti hanno timbrato senza sbavature che i negazionisti dei cambiamenti climatici sono bugiardi e incoscienti.
“Viviamo in un periodo incattivito da autoritarismi, conflitti e protezionismo” – scrive Giulio Boccaletti in “Il futuro della natura” (Mondadori 2026, pag. 9) – “La legittimità del nostro preoccuparci per la natura è spesso messa in dubbio. Altri ritengono che l’ambiente sia una distrazione foriera di norme inutili (…). Quando però – conclude Boccaletti – la diagnosi sulla competitività del continente (europeo, ndr), peraltro impietosa, ha revealed una stagnazione patologica – poca innovazione tecnologica, troppe regole, fragilità industriale -, alcuni hanno attaccato le politiche ambientali come un costoso vezzo, un ostacolo al progresso. ‘Non c’è più tempo per il superfluo, mi ha detto l’amministratore di un gruppo industriale'”.
Nonostante l’Europa ne abbia fatto un pilastro della propria politica comunitaria, anche tra i nostrani attuali governanti, centrali e periferici, il vezzo negazionista dei cambiamenti climatici è diventato una cifra stilistica del modo di gestire i cambiamenti climatici, scegliendo la via più facile e redditizia in termini di consenso di certi poteri cosiddetti forti: negandone l’esistenza e quindi gli effetti nefasti sulla qualità della vita di tutti. L’eccesso di CO2 nell’atmosfera non è una opinione, gli effetti non si gestiscono con l’aria condizionata. Lo ha visto e provato direttamente chi ha la fortuna di vivere in un ambiente naturale protetto, come è il territorio del Parco di Veio. Tuttavia, i forti disagi li abbiamo avvertiti e subiti anche a Sacrofano. Tutto dice che questa situazione climatica diventerà una faticosa consuetudine.
Bisognerà attrezzare panchine all’ombra per garantire momenti di riposo, fontanella per contrastare il pericolo della disidratazione, dotare i luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole pubbliche, di aria condizionata. E rallentare la cementificazione, che innalza il caldo a livelli umanamente insopportabili. “Se potessimo potenziarla (la natura, ndr)” – sostiene Boccaletti – “riducendo allo stesso tempo le nostre emissioni, forse riusciremmo a riportare il nostro pianeta stabilmente attorno alle condizioni climatiche nelle quali la nostra specie si è sviluppata”. Qualcuno potrebbe pensare si tratti di una sfida. E se non fosse altro che l’unica alternativa praticabile?
Emergenza sanitaria
La peste suina non è nociva per la nostra salute, ma non dobbiamo essere proprio noi i vettori del contagio
I sindaci si uniscono per chiedere alla Regione Lazio di intervenire per depopolare i cinghiali, mentre il Parco di Veio è mobilitato per monitorare gli sviluppi dell’epidemia.
Siamo in zona rossa, la Regione Lazio ha decretato lo stato di allarme sanitario. Il pericolo non è che il contagio provochi la peste fra gli esseri umani, ma può essere una catastrofe economica per gli allevatori di suini, e quindi creare danni gravi al comparto della macellazione di carne suina, alla filiera della commercializzazione della carne di maiale e degli insaccati di suino: salsicce, prosciutto, lardo, pancetta e guanciale, con la conseguente ripercussione nel comparto della ristorazione. Ecco perché bisogna attenersi scrupolosamente alle prescrizioni: niente picnic nel verde, né passeggiate o trekking, vietato abbandonare rifiuti alimentari nelle aree pubbliche, stop alla caccia al cinghiale e divieto assoluto di dare loro da mangiare. Senza che ce ne rendiamo conto, potremmo essere il tramite tra suini sani e animali infetti o loro fluidi corporei (sangue, saliva, feci). Gisella Monterosso, referente del Servizio Tecnico Forestale del Parco di Veio ci dice che l’uomo, i vestiti, le scarpe, i mezzi di trasporto o i cani possono trasportare il virus meccanicamente, cioè tramite fango o escrementi contaminati nei boschi e portarlo negli allevamenti, anche se gli animali selvatici malati restano il motore principale della diffusione territoriale. “Il virus della Peste Suina Africana è totalmente innocuo per l’essere umano, ma è devastante per l’economia e la filiera suinicola”, ci conferma Monterosso. Le restrizioni sono in vigore nella nuova zona infetta istituita a nord di Roma, che comprende parte dei Municipi III e XV e venti comuni, oltre Sacrofano, da Monterotondo a Campagnano, passando per Rignano Flaminio, Fiano Romano, Capena e altri centri dell’area attorno a Riano. Ovviamente, i cinghiali sono i principali portatori del virus. Questo vuol dire che la soluzione sarebbe una più intensa politica di contenimento. Ecco perché il Comune di Sacrofano è stato promotore di una esplicita richiesta alla Regione Lazio e a tutte le istituzioni coinvolte. “Le restrizioni introdotte nella zona infetta” – scrivono i sindaci dei Comuni coinvolti – “comportano il venir meno dell’ordinario prelievo venatorio del cinghiale. In assenza di un contestuale e significativo incremento delle attività autorizzate di controllo e depopolamento, viene quindi meno uno degli strumenti che ordinariamente contribuiscono al contenimento numerico della specie”. In sostanza, dice Patrizia Nicolini “è necessario che alla sospensione del prelievo venatorio ordinario corrisponda un immediato e significativo rafforzamento delle attività di contenimento, cattura, controllo e depopolamento”. Si tratta, dunque, di rafforzare le attività già in atto, sia da parte del Parco di Veio che ha già provveduto alla cattura di 580 cinghiali, sia da parte dei cittadini che hanno da tempo aderito a una più attenta gestione del conferimento dei rifiuti urbani, in particolare l’umido, con ganci, gabbie e altri metodi per impedire il contatto tra i rifiuti urbani solidi e gli animali selvatici. La durata delle misure restrittive imposte dall’epidemia dipende tanto dai comportamenti delle istituzioni quanto da quelli dei singoli cittadini.

Coesione sociale
Il Palio c’è
“Il Palio della Stella è una tradizione che Sacrofano porta nel cuore” ha detto la Sindaca. La fattiva collaborazione tra Comune e comitato organizzatore ha trovato la soluzione: il Palio si svolgerà l’11 ottobre.
di Marco Ferri
“Sarebbe stato davvero un peccato arrendersi davanti alle difficoltà determinate dalla peste suina”, dice Patrizia Nicolini, sindaca del Comune di Sacrofano. “Per questo, insieme al Comitato delle Contrade, abbiamo lavorato fin dal primo momento per cercare una soluzione concreta che consentisse di salvaguardare la manifestazione, naturalmente nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni e delle condizioni di sicurezza”. È sempre meglio moltiplicare gli sforzi che dividersi in polemiche. Ecco quello che ci insegna la via d’uscita per permette lo svolgimento del 31° Palio della Stella, in un primo momento annullato per via dell’epidemia di peste suina. Quando, con l’utilizzo di cani molecolari, sono state trovate tracce della presenza di cinghiali sul terreno in cui doveva svolgersi la giostra equestre del Palio, in ottemperanza al divieto di tenere manifestazioni pubbliche su una vasta area a nord della Capitale, tra cui il territorio comunale, il comitato ha annullato la manifestazione che sarebbe dovuta culminare domenica 13 settembre. Contemporaneamente, il Comune convocava un tavolo, durante il quale si sono prese in esame le concrete possibilità di svolgere la manifestazione in città. Il vecchio percorso non era più a norma, per ragioni di sicurezza dei cavalieri, degli animali e del pubblico. Si sono presi in esame e fatti i sopralluoghi per percorsi alternativi. “Avevamo studiato una modifica al percorso di gara cittadino”, dice Daniele Iacomussi, membro del comitato organizzatore, figura di riferimento, vero e proprio motore della macchina organizzativa. “Confrontandolo con le richieste di rispetto delle norme” continua Iacomussi “in collaborazione con gli uffici tecnici del Comune, abbiamo apportato modifiche in partenza e in arrivo, aggiunto una recinzione a norma per la salvaguardia del pubblico, deciso di usare la sabbia sull’asfalto su cui correranno i cavalli, i quali verranno ferrati in alluminio, per meglio assorbire le vibrazioni su un terreno di asfalto e non di terra”. Dunque, fervono i lavori per allestire tutte le iniziative che fanno da cornice al Palio vero e proprio, che quest’anno, in via eccezionale torna in paese. “Certo, perderemo molta parte del pubblico che aveva fatto grande il successo dell’anno scorso, perché non ci sono le condizioni logistiche per una accoglienza superiore alla capienza attuale”, conclude Iacomussi, “ma non c’erano alternative migliori di questa”. Il che vuol dire meno pubblico, meno incassi, più fatica a sostenere le spese. Nonostante tutto, il Palio si farà e questa è la cosa più importante di tutte. “Ottenute tutte le autorizzazioni necessarie, il Palio torna nel cuore del paese, dice Nicolini “una soluzione nata da una necessità, ma che può trasformarsi in un’opportunità, quella di riportare persone, partecipazione e movimento nel centro abitato, con una ricaduta positiva anche per le attività economiche.”
Storia
Quando Sacrofano era etrusca
Fino al 396 a.C. fu avamposto di Veio sul Monte Musino
di Piero Santonastaso

Nella seconda puntata di questa storia di Sacrofano ci eravamo lasciati alle soglie del II millennio avanti Cristo, al passaggio cioè tra il Neolitico e l’Età del Bronzo. Per la sua natura collinare e boscosa il territorio non aveva ancora ospitato insediamenti stanziali: quelli si trovavano più a Ovest, sulle sponde del lago di Bracciano (vedi il sito La Marmotta ad Anguillara Sabazia), e lungo le coste del Tirreno. Questa era soltanto un’area di passaggio per le bande di cacciatori-raccoglitori formate dai Sapiens, gruppi di poche decine di unità che si spostavano seguendo le fonti alimentari. La rivoluzione arrivò con la metallurgia portata dalle popolazioni indoeuropee che si erano riversate nella penisola, segnando il passaggio dalla Preistoria alla Storia. Gli oltre mille anni di durata dell’Età del Bronzo registrarono la nascita delle prime civiltà italiche, in particolare la Villanoviana che poi avrebbe originato quella etrusca. Si viveva in villaggi di capanne posti preferibilmente in altura per facilitare la difesa, anche se il clima generale era sostanzialmente pacifico e – udite udite – la società era organizzata su basi ugualitarie. Questo reticolo di villaggi – notevole quello di Sorgenti della Nova, a Farnese – si sarebbe trasformato alla fine del millennio nelle città stato etrusche, federate ma ciascuna gelosa della propria indipendenza. A noi interessa Veio, la storica rivale della nascente Roma, il baluardo etrusco che fronteggiava i territori occupati dai Latini sulla sponda sinistra del Tevere. Veio per l’epoca era una vera e propria metropoli, estesa su quasi 200 ettari e con una popolazione che all’apice del suo fulgore superava secondo le stime i 30.000 abitanti. Una città di queste dimensioni aveva bisogno di un territorio completamente votato al suo mantenimento ed è in questo momento – siamo intorno all’XI secolo avanti Cristo – che l’area di Sacrofano comincia a mutare volto o meglio, funzione. Il Monte Musino, come testimoniato dai ritrovamenti, pur senza insediamenti urbani degni di nota diventa il luogo da cui sorvegliare il retroterra di Veio e la sua capacità di approvvigionare la città etrusca. Sarà la rovina di quest’ultima, alla fine di secoli di guerre con Roma, a determinare il futuro del territorio sacrofanese. Quando nel 396 a.C. Furio Camillo riuscì ad espugnare la cittadella veiense, ridotta ormai a poche migliaia di abitanti, anche il destino dell’ager veientanus fu segnato: da granaio etrusco a granaio romano. (3.continua)
Green economy
Se la plastica inquina anche l’economia circolare
Il riciclo sembra non avere più mercato, è più conveniente importarla dall’estero.
di L. B.
I rumors c’erano già da qualche mese – non a caso avevamo trattato il tema nel numero di luglio – ma ormai il problema legato al commercio della plastica riciclata ha assunto lo status di vera e propria emergenza. Diversi sindaci in varie regioni hanno lanciato l’allarme: la plastica riciclata non ha più mercato, la filiera si inceppa e si generano gravi problematiche logistiche, ambientali e, di conseguenza, economiche per le comunità. Le ragioni sono molteplici: la convenienza della plastica vergine d’importazione rispetto a quella riciclata, i costi di lavorazione molto alti (fortemente legati al caro energia) e la saturazione dei mercati nazionali e internazionali. Il paradosso è evidente: mentre aumenta la raccolta differenziata, i consorzi di riciclo non riescono a vendere il materiale trattato, con il risultato che i piazzali e le piattaforme di stoccaggio di plastica in attesa di lavorazione si riempiono. Nel Lazio, secondo le dichiarazioni di Unindustria apparse su diversi organi di stampa, la situazione sembra essere grave, poiché la crisi si aggiunge a criticità strutturali pregresse. Per i Comuni questo scenario rischia di tradursi in un micidiale effetto domino. Da una parte si spinge sulla differenziata per ridurre i costi o aumentare i ricavi gestendo in proprio i proventi della vendita dei materiali; dall’altra si resta vittime di un mercato che non assorbe i rifiuti o che presenta costi in continua crescita. Come difendersi e prevenire una crisi? L’unica vera contromisura strutturale è la riduzione del consumo di plastica: una soluzione a costo quasi zero che agisce direttamente alla radice del problema. Invece di concentrarsi solo sulla gestione del rifiuto, si sposta il focus sulla riduzione alla fonte, ovvero la prima delle “R” dell’economia circolare (Riduci). Meno volume nei sacchi significa meno viaggi verso i centri di stoccaggio o riciclo. C’è inoltre da sfatare il mito del riciclo: riciclare non è il non plus ultra. Consumare plastica non è mai un’azione neutrale, né il cittadino ha esaurito il proprio compito conferendo il rifiuto nel mastello giusto. In un mondo consumistico, interconnesso e globale, il riciclo è solo una toppa che mostra chiari limiti fisici ed economici, utile solo quando proprio non si riesce a incidere sulle prime due “R” dell’economia circolare: Ridurre e Riusare. Un elemento che in questo periodo aggrava la filiera locale è che, nel nostro comune, il PET (quello delle bottiglie di acqua e bibite) – una plastica pregiata e molto ambita dal mercato – viene raccolto insieme a plastiche “povere”, rendendo ancora più costoso il conferimento e la lavorazione successiva. Di fatto il compattatore di PET esiste ma è di proprietà di una delle catene di supermercati quindi al di fuori del circuito ‘pubblico’ benché svolga la sua essenziale funzione di separare le due plastiche ed indirizzare quella ‘nobile’ verso una filiera più redditizia. L’auspicio è che la situazione rientri o venga tamponata a livello regionale, o almeno che non impatti direttamente sul nostro Comune, da sempre all’avanguardia nella raccolta differenziata sia per la qualità del servizio sia per la grande predisposizione della cittadinanza. Tuttavia, è opportuno sottolineare che questo modello presenta interessi talvolta confliggenti tra i vari attori coinvolti: cittadini, comune, società appaltatrici, compattatori di supermercati, consorzi e mercato. Produrre (e riciclare) troppa plastica non è mai una risorsa, ma sempre un costo. Gli eventuali benefici economici sono temporanei. In conclusione, l’unica vera soluzione duratura risiede nel rivedere radicalmente le nostre abitudini di consumo.
Scuola
Per gestire l’istruzione pubblica in tre Comuni, ci vuole un istituto molto comprensivo
L’IC Pitocco conta 150 docenti, in servizio in tutti i plessi distribuiti in tre Comuni, frequentati da circa 800 studenti, dall’Infanzia fino alle medie.
di M. F.
Abbiamo incontrato Adele Cantoni che per vent’anni è stata dirigente collaboratrice dell’IC Guido Pitocco, quella figura che un tempo si sarebbe detta “vicepreside”. L’incontro è avvenuto a Sacrofano, che da qualche anno è uno dei plessi dell’IC Pitocco.
“Le riunioni che riguardano il funzionamento dell’Istituto avvengono spesso in questo Comune, che con Magliano Romano e Castelnuovo di Porto riuniscono i plessi delle scuole dell’Infanzia, le scuole Primarie, e le scuole Primarie di Secondo grado, come oggi si chiamano le materne, le elementari e le scuole medie, cioè il ciclo che compone l’accesso al diritto alla scuola dell’obbligo”. La professoressa Cantoni è stata collocata a riposo ai primi di settembre.
“In tutti questi anni è che lei ha rappresentato la continuità tra un Dirigente scolastico e il suo successore?”, le chiediamo.
“Il mio pensionamento ha coinciso con l’arrivo della nuova dirigente, la cui nomina ha interrotto la serie delle reggenze”, dice Cantoni. In effetti, la dottoressa Katia Fiocchetta ha appena assunto la titolarità di dirigente scolastica dell’IC Pitocco, accolta con soddisfazione dai sindaci dei tre Comuni coinvolti proprio perché la nomina di una figura professionale stabile sia un buon viatico per la continuità didattica e organizzativa.
“Nonostante l’alternarsi dei dirigenti, abbiamo sempre perseguito la coerenza e l’omogeneità dei programmi scolastici, promuovendo incontri sia generali con tutti il personale docente, che spesso si sono tenuti presso il Teatro Ilaria Alpi”, dice Cantoni. L’IC Pitocco conta 150 docenti, in servizio in tutti i plessi distribuiti nei tre Comuni, frequentati da circa 800 studenti, dall’Infanzia fino alle medie. “Sempre a Sacrofano, nei locali delle scuole, si svolgono le riunioni specifiche per grado di istruzione: si incontrano i docenti per aree didattiche in modo da uniformare la somministrazione dei programmi scolastici”, precisa Cantoni.
“Andare in pensione è un traguardo, ma, almeno all’inizio, il cambiamento delle abitudini crea qualche scompenso nella vita quotidiana”, le diciamo.
“Sì, per quanto a un certo punto, complice l’età, speri che quell’ultimo giorno di lavoro arrivi presto, quei problemi che dovevi affrontare ogni santo giorno ti mancano. Soprattutto mancano quelle ragazze e quei ragazzi che hai visto crescere, non solo in altezza, ma anche in consapevolezza, restituendoti il senso tangibile del tuo ruolo di insegnante”.
“Quanti sono gli alunni che provengono da aree geografiche e culturali diverse?” chiediamo.
“Non ho i numeri. Ma è un bene che frequentino la scuola, che socializzino con i ragazzi nati e cresciuti qui. In genere sono molto motivati, ci tengono molto. Imparano e ci insegnano che le diversità sono ricchezze da scoprire, da imparare, da rispettare”, dice Cantoni. Che ci fa venire in mente quella storiella in cui un genitore chiede al figlio “Quanti stranieri ci sono nella tua classe?”. “Non ci sono stranieri nella mia scuola, siamo tutti bambini”.
“Ha avuto modo di incontrare la nuova dirigente, prima di andare in pensione?”, le chiediamo mentre ci accomiatiamo.
“Sì”, dice con un sorriso Cantoni “mi ha molto colpito che si sia dichiarata molto felice della nomina in questo Istituto. Credo sia di buon auspicio per i miei colleghi, per le famiglie e per gli alunni dell’IC Guido Pitocco”.
La recensione
The Sea
In attesa che apra una sala adibita a proiezioni cinematografiche, fosse anche il Teatro Alpi la cui regolare programmazione alterni messe in scena e cinema di autore, ecco uno dei film che ci sarebbe piaciuto vedere a Sacrofano.
di Riccardo Tavani
Pur distando la città di Ramallah, in Cisgiordania, appena una cinquantina di chilometri dal Mediterraneo, molti suoi bambini non possono conoscere il mare, perché devono ottenere il permesso di attraversare Israele e non sempre questo viene concesso. Oltre l’acqua di una piscina, l’unico mare di cui hanno avuto esperienza rimane per loro quello amniotico interno al ventre materno prima che nascessero. Jasmine, la madre del giovane protagonista è morta giovane per un tumore. Come più volte detto, la figura della donna, spesso nel cinema, rappresenta il paese, la nazione stessa in cui si svolge la vicenda narrata. Mai come in questo caso quello Stato, quella nazione non c’è, e non solo Khaled è orfano di madre.
È il caso di Khaled, in gita scolastica al mare con la sua classe, che viene respinto al confine della Cisgiordania, perché il suo permesso non risulta in regola, senza che gli venga spiegato nulla di più dagli agenti israeliani di frontiera. Nella sua caparbietà Khaled si aggrega a un gruppo di lavoratori senza permesso, come lo è d’altronde anche suo padre, che ancora di notte attraversano ogni giorno clandestinamente il confine per andare a fare i manovali nei cantieri di Tel Aviv e zone limitrofe. Diretto dal regista ebreo palestinese Shai Carmeli-Pollak, con una troupe mista araba e palestinese, il film ha vinto numerosi premi, tra i quali quello cruciale che per regolamento lo candida agli Oscar come miglior film straniero per Israele. Questo ha scatenato uno squassante ciclone di proteste, con al centro il ministro israeliano della cultura Miki Zohar. Anche a seguito di queste rabbiose reazioni israeliane, in Italia nessuno se l’è sentita di distribuirlo nelle sale cinematografiche. Si è così assunta la responsabilità e le relative spese Giulia Innocenzi, affiancata poi da Mescalito Film, con Pueblo Unido Media. Durata: 93 minuti.
Ex Libris
La sindaca, l’assessora, la Capo del governo
a cura di M.F.

“Si dice ministra come si è sempre detto maestra, e poi deputata, avvocata e soldata come si è sempre detto impiegata; sindaca, medica e arbitra come si è sempre detto monaca o cuoca; notaia come operaia; senatrice e direttrice (parola peraltro usata da decenni in ambito scolastico) come attrice; ingegnera come infermiera; prefetta e architetta come cadetta (comune al femminile come aggettivo); assessora come pastora; la giudice e la vigile come la custode, un’astronauta come un’atleta, la presidente e la dirigente come un’insegnante. Possono esserci varie ragioni per rifiutare questi femminili, ma nessuna ha a che fare con la grammatica. A questo punto, vale la pena affrontare i pochi casi in cui questi femminili diventano, appunto, un problema grammaticale. Qual è il femminile di capo? Capo non è esattamente un nome di professione: in senso proprio è, come membro, un nome comune di cosa (capo significa «testa», «estremità», così come membro significa «arto»); poi il suo significato si è esteso a indicare una persona che ha un ruolo direttivo. Proprio in qualità di nome comune di cosa, il suo genere è puramente grammaticale, non «naturale», e potrebbe essere considerato fisso: diciamo «Paolo è una colonna della squadra di basket della scuola» o «Carola è un pilastro dell’associazione» o «Antonia è il braccio destro della direttrice», e mai *colonno, *pilastra o *braccia destra. Di fatto, però, è comunissimo, in un contesto lavorativo, dire la mia capa, forma presente anche nei dizionari (senza restrizioni nello Zingarelli, scherz., quindi usabile solo in contesti scherzosi, nel Devoto-Oli). Ma come comportarsi se, per esempio, una donna diventa presidente della Repubblica? Chiamarla il capo dello Stato, al maschile (perché appunto capo è un nome di cosa, e si dice il braccio destro), non sarebbe una legittimazione dell’idea (classista ancor più che sessista, e senza giustificazioni grammaticali) che le cariche e in generale le professioni di un certo status debbano restare maschili? Dovremmo chiamarla invece la capa dello Stato? Di certo no per il Devoto-Oli, perché il contesto è istituzionale e tutt’altro che scherzoso. Qui conviene ricorrere al testo fondamentale su questo argomento, la base dei criteri per i femminili professionali elencati poco sopra: le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, pubblicate nel 1986 dalla linguista Alma Sabatini per conto della presidenza del Consiglio dei ministri e della Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna, e poi confluite nel volume Il sessismo nella lingua italiana, pubblicato nel 1987 sempre dalla presidenza del Consiglio dei ministri. In una tabella sui femminili dei gradi militari, a proposito di Capo di Stato maggiore, Alma Sabatini propone la Capo di Stato maggiore, e una nota spiega: «La parola Capo si suggerisce di lasciarla immutata, sia per il suo significato: il capo = la testa, sia perché il femminile popolare la capa ha connotazioni decisamente peggiorative o scherzose. Si consiglia di mettere l’articolo al femminile, intendendo: la donna a capo (come per il maschile: l’uomo a capo…)». Del resto, questa scelta è in linea con i femminili delle parole composte con capo: la capostazione, la caposquadra ecc. Ma dire la capo dello Stato non è come dire *la sindaco e *la medico, cioè un abominio grammaticale? No, perché sindaco e medico sono nomi professionali di genere mobile, che formano naturalmente il femminile in-a dal maschile in-o (proprio come maestro/maestra)”.
Il verso giusto
cura di Monica Maggi
Canzone
a cura di Monica Maggi

Un sorbo come una ragazza col rossetto.
Fra la carrozzabile e la strada secondaria
ontani nella distanza umida e stillante
si stagliano nel sottobosco.
Ci sono i fiori di fosso del dialetto,
e i sempreverdi della tonalità perfetta
e il momento che l’uccello canta vicinissimo
alla musica di cosa accade.
(Séamus Heaney “Campo di lavoro”, 1979 – Traduzione di Massimo Bacigalupo)
Séamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013), poeta irlandese, massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese. Ottenne il Premio Nobel per la letteratura nel 1995 “per gli impianti di bellezza lirica e di profondità etica, che esaltano i miracoli giornalieri e la vita passata”.
Nel prossimo numero
- Come cambia la sanità a Sacrofano?
Un’indagine sull’istituzione della Casa di comunità - A che punto sono i lavori di Monte Sarapollo?
Ne parliamo con Toni Scattolon, assessore allo Sport - La seconda parte del contributo di A.B. Faggioni
Il racconto
A che cosa serve andare a scuola
(da Christian Raimo, “Racconti di scuola”, Einaudi – 2026)
Il romanzo italiano più popolare degli ultimi anni, la saga dell’Amica geniale di Elena Ferrante – svariati milioni di copie vendute, al primo posto nelle classifiche dei migliori libri del ventunesimo secolo secondo il New York Times -, racconta l’amicizia di Lila e Lenù a partire da un evento che sarà per loro determinante.
Dopo le scuole elementari Lenù continua gli studi, spinta dalla maestra: finisce le medie, s’iscrive al liceo, si laurea alla Normale di Pisa, diventa scrittrice. Lila invece abbandona la scuola terminate le elementari, perché la famiglia non può o non vuole mantenerla agli studi, nonostante sia la più brillante delle due. Lila ha un’intelligenza superiore ma viene risucchiata dal rione, da un matrimonio precoce, dal lavoro in fabbrica. Lenù è come se studiasse per tutte e due, con un senso di colpa e un’ammirazione che accompagnerà lei per tutta la vita e noi lettori per tutte le quasi duemila pagine della saga.
Communità
A Roma la cultura romena è diventata ponte tra popoli e generazioni
Un viaggio ricco di sorprese nella storia, nelle tradizioni e nelle radici comuni che uniscono Italia e Romania.
di Cristina Cotarta
Sapevate che l’Arco di Costantino, il più grande arco di trionfo di Roma, rappresenta insieme alla Colonna di Traiano un punto di riferimento essenziale per la storia e l’identità dei romeni? È questo il significato profondo del progetto culturale “Dalla Colonna Traiana al Baule del Corredo – Tradizione e Identità Nazionale” che tra maggio e giugno 2026 animava la Capitale con una serie di eventi dedicati alla valorizzazione del patrimonio culturale romeno e al dialogo interculturale. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza di un legame storico che affonda le proprie radici nell’eredità della civiltà romana. Un rapporto che ancora oggi si riflette nella lingua, nelle tradizioni e nella sensibilità culturale dei due Paesi. Non a caso, il simbolo scelto per rappresentare il progetto è la Colonna Traiana, monumento che racconta l’incontro tra Roma e l’antica Dacia, territorio da cui trae origine il popolo romeno. Un messaggio particolarmente significativo in una città come Roma e provincia, dove vive una delle più importanti comunità romene d’Europa. Con oltre un milione e duecentomila cittadini residenti in Italia, la presenza romena rappresenta infatti una componente stabile e integrata della società italiana, contribuendo alla vita economica, sociale e culturale del Paese. Cuore del progetto è stata la mostra allestita presso la Casa del Municipio Roma IV “Ipazia di Alessandria”, realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale Bran. L’esposizione raccontava la storia della “Ia”, la tradizionale camicia femminile romena, riconosciuta dall’UNESCO nel 2022 come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Più che un semplice indumento, la “Ia” rappresenta un patrimonio di conoscenze tramandato di generazione in generazione. Ogni ricamo custodisce simboli, significati e racconti che parlano dell’identità di una comunità, del rapporto con la natura e della dimensione spirituale della vita quotidiana. Un sapere artigianale che continua a vivere grazie alle donne che ne hanno preservato le tecniche e i significati nel corso dei secoli. Il progetto ha dedicato, inoltre, ampio spazio alla riflessione culturale e accademica. Studiosi provenienti da Italia, Romania e Repubblica di Moldova si sono confrontati nel convegno “Un filo che attraversa i secoli”, approfondendo temi legati alle migrazioni, all’identità e alla continuità culturale, in un dialogo che rafforza la cooperazione tra istituzioni e mondo della ricerca. Più che una rassegna culturale, l’iniziativa si propone come un messaggio di convivenza e di pace. In un’Europa chiamata a confrontarsi con sfide sociali e identitarie sempre più complesse, la cultura viene proposta come strumento di conoscenza reciproca e di costruzione di legami duraturi tra le comunità. “Dalla Colonna Traiana al Baule del Corredo” diventa così un simbolo di fratellanza tra due popoli che, pur appartenendo a realtà diverse, continuano a riconoscersi nelle stesse radici e negli stessi valori. Un filo che attraversa i secoli e che oggi, attraverso la cultura, continua a unire Roma e la Romania.

Cristina Cotarta indossa la “la”, tradizionale camicia femminile romena, riconosciuta dall’UNESCO nel 2022 come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Corsivo corrosivo
Il realismo che pretende di dominare la realtà
Si racconta che un giorno, sul palcoscenico del Teatro Brancaccio di Roma, Ettore Petrolini fermò la scena, si fece avanti in proscenio, e si rivolse a uno spettatore in galleria che lo aveva ripetutamente fischiato. “Vedi”, gli disse “io non ce l’ho con te, ma con quello che ti sta vicino, che ancora non ti ha buttato di sotto”. Più che ridere, questo aneddoto fa pensare a tutte quelle volte che non abbiamo reagito quando abbiamo sentito una castroneria. Perché? Probabilmente perché non la abbiamo contestualizzata nella realtà dei fatti, forse perché abbiamo perso l’abitudine, la voglia, l’energia per cambiare lo stato delle cose, e ci dibattiamo all’interno di una sorta di realismo politico, come pesci nella rete.
La metafora della rete si adatta bene alla rete Internet, ma anche alle reti televisive, perché molto spesso è lì che veniamo pescati come i merluzzi dei mari del Nord, tanto cari a Capitan Findus. Mark Fisher, autore del famoso “Realismo capitalista” (Produzioni Nero Editore – 2018) ha scritto: “Inutile dire che quello che viene considerato ‘realistico’, quello cioè che sembra plausibile dal punto di vista sociale, è innanzitutto determinato da una serie di decisioni politiche. Qualsiasi posizione ideologica non può affermare di aver raggiunto il suo traguardo finché non viene per così dire naturalizzata, e non può dirsi naturalizzata finché non viene percepita come principio anziché come fatto compiuto”. Allora, vediamo un po’. L’Intelligenza Artificiale farà diminuire molto rapidamente i posti di lavoro? Ce la prendiamo con i tecno-oligarchi della Silicon Valley, e con chi lascia loro completa mano libera o invece con gli immigrati che potrebbero, si teme, venire assunti a un prezzo più basso e senza diritti, tanto da sbancare il mercato del lavoro salariato? Sono loro il male, o invece gli stipendi più bassi d’Europa, le 15 mila morti di lavoro negli ultimi dieci anni, manco fossimo in guerra? Ecco un esempio di realismo contro la realtà. Oppure. I prezzi dell’energia sono volati più in alto dei droni. È la prevista conseguenza della “guerra mondiale a pezzi” come la definiva Papa Francesco. E infatti, la guerra in Ucraina ha tolto di mezzo il gas russo e imposto quello USA, il GNL che costa di più perché invece che attraverso i gasdotti, arrives via nave in forma liquida, deve essere trattato per tornare allo stato gassoso e immesso nella rete di distribuzione. E la benzina o il diesel? I prezzi sono schizzati con una velocità di un missile da crociera, ogni volta che Trump ha ordinato un attacco allo Stretto di Hormuz. Ecco di nuovo realismo contro realtà: chi non vuole la guerra non se la sente di difendere la patria, o ha capito il trucco che serve ai mercati finanziari per agire sul prezzo del petrolio? Giochiamo con le accise o diciamo basta alla guerra come arma sporca per imporre il dominio sui mercati globali? Il realismo capitalista ci vorrebbe spingere sempre a dare la colpa a qualcuno, così da sviare l’analisi critica e il giudizio storico sull’ossessione dell’accumulazione.
Diceva Althusser che all’interno di un quadro politico ed economico di tipo capitalista non c’è spazio per concepire forme alternative di strutture sociali. Ecco il punto: o la troviamo un’alternativa a questa società in crisi sociale e democratica, oppure rabbia politica, invidia sociale, violenza verbale sembreranno gli unici strumenti validi per farsi una ragione della realtà. Quella stessa rabbia, invidia e violenza che riecheggia dalle stanze della Casa Bianca come dalle urne della Sassonia Anhalt.

Un memorial emozionante
Riceviamo e pubblichiamo
Dal 1° ottobre Sacrofano ospiterà temporaneamente l’AFT dei medici di medicina generale
Dal prossimo 1° ottobre, in accordo con la ASL RM4 e con i medici di medicina generale, l’Ambulatorio di Prossimità di Sacrofano ospiterà temporaneamente l’AFT – Aggregazione Funzionale Territoriale – dei medici di medicina generale, in attesa della disponibilità di locali adeguati presso la Casa della Comunità di Campagnano, punto di riferimento del nostro territorio. Si tratta di una nuova modalità organizzativa che mette in rete i medici di medicina generale, garantendo una maggiore continuità dell’assistenza nell’arco della giornata e contribuendo anche a ridurre il ricorso improprio al Pronto Soccorso. Come Amministrazione siamo molto lieti di poter mettere a disposizione i nostri locali per un servizio che rafforza l’assistenza sanitaria territoriale e rappresenta un’opportunità importante per i cittadini. L’Ambulatorio di Prossimità continuerà naturalmente a svolgere, nelle giornate già programmate ogni due settimane, le proprie attività ordinarie. Negli altri giorni gli stessi spazi ospiteranno temporaneamente l’AFT. Ringrazio la ASL RM4 e i medici di medicina generale per la collaborazione e per il lavoro condiviso che ha consentito di raggiungere questo risultato.
Restaura/azione
Il Santuario del Sorbo
La Sistina prima di Michelangelo
di Alessia Felici
Il santuario della Madonna del Sorbo è un luogo in cui il tempo scorre in un altro modo. È un incanto della natura e da qui, nel totale buio, si possono ancora vedere le stelle. La storia di questo luogo si perde nel tempo (un ottimo testo è “La Madonna del Sorbo. Arte e storia di un Santuario della Campagna Romana”, a cura di Lanfranco Mazzotti e Mario Sciarra, Gangemi Editore, 2012). Il santuario è vicinissimo a Sacrofano. Può essere raggiunto sia passando da Formello che da Campagnano. Chi percorre la via francigena, può decidere di fare una variante e passare a visitarlo e godere delle bellezze naturalistiche annesse. Una volta saliti al santuario si arriva sul cortile da cui si può accedere alla chiesa. È a tre navate e termina con un’abside. Copertura e navate sono state ricostruite dopo un rovinoso crollo del tetto nel 1961. Il sito ha una storia millenaria. Più volte abbandonato e recuperato. Le sue vicende si legano al capitolo di San Paolo Fuori le Mura, quindi all’ordine dei Carmelitani, per poi passare alla tutela degli Orsini e poi ai Chigi. Il santuario del Sorbo, per tutti noi che ci siamo nati in questa campagna, è “Zorbo” ed è sempre stata per sacrofanesi, formellesi e campagnanesi la meta più “gettonata” per le scampagnate di Pasqua, in primis “pasquetta”, con contese che si perdono nei tempi… Entrando nella chiesa saltano agli occhi i dipinti dell’abside con al centro l’immagine della Madonna Assunta. Intorno a lei schiere di angeli di tutti tipi, cherubini, angeli musicanti… e Dio Padre onnipotente che benedice dall’alto. Appena su un registro inferiore si trovano gli apostoli, ognuno con i propri attributi evangelici e al centro, tra loro, la campagna romana come si presentava al tempo degli Orsini, tra fine del 1400 e inizi del 1500. Appena più in basso l’icona della Madonna del Sorbo. Ebbene, questa rappresentazione, così impostata, è quanto resta di più vicino e simile al dipinto realizzato nel 1482 da Pietro di Cristoforo Vannucci, detto Il Perugino, sulla facciata della Cappella Sistina, prima che 40 anni dopo l’artista Buonarroti, ossia Michelangelo, ci rimettesse le mani per realizzare il “Giudizio”. La certezza l’abbiamo da un disegno conservato alla biblioteca Albertina di Vienna, attribuito ad un collaboratore del Pinturicchio. L’autore del dipinto absidale della Madonna del Sorbo, secondo l’attribuzione di Stefano Petrocchi, è Pier Matteo di Manfredo, più noto come Pier Matteo d’Amelia, attivo nella Roma sistina di papa Sisto IV, poi innocenziana, borgiana e infine di Giulio II. Fu Collaboratore del Perugino e fu proprio lui, Pier Matteo, a dipingere il cielo stellato nella volta della Cappella Sistina, prima dell’intervento di Michelangelo. Questo e molto altro riserva la campagna romana in cui viviamo. Resta solo scoprirla!

Cronache dal sottosuolo
Andavamo tutti a cena da Valterino
Quello che è avvenuto – e deve fare profondamente riflettere – è il formidabile Big Crunch tra mondo di sopra, mondo di mezzo e mondo di sotto, per rifarsi al linguaggio di un ex abitante di Sacrofano.
di Riccardo Tavani
Se Eugenio Scalfari, fondatore e storico direttore del quotidiano la Repubblica, nel 1986 poteva scrivere un libro come “La sera andavamo in Via Veneto”, riferendosi al gruppo di liberali, repubblicani, cattolici di sinistra e anche comunisti, ora se ne dovrebbe editare uno dal titolo “Andavamo tutti a cena da Valterino”. Giornalisti di grande firma, politici, imprenditori, addirittura storici anarco-intellettuali come Fulvio Abate.
Mi domando subito una cosa: se Mieli, Cappellini e altri avessero subito scritto dei pezzi sul sondaggio commissionato da Lavitola e sulla campagna che voleva promuovere a favore di Ranucci quale Presidente del Consiglio del centro-sinistra, l’attentato ai suoi danni sarebbe stato possibile organizzarlo così impunemente? La notizia c’era e veramente ‘esplosiva’ di per sé. Perché non hanno scritto neanche una riga? Perché hanno trattato i loro lettori da massa amorfa da informare solo come e quando volevano loro? Possibile che non si sentano addosso neanche un briciolo di responsabilità per le conseguenze del loro colpevole silenzio informativo?
Dire che loro andavamo da Valterino, perché lui gli preparava gli spaghetti con le vongole senza i gusci (Mieli); gli faceva trovare un dolce di cui lui andava pazzo (Bocchino, il quale però non risparmiava critiche a Ranucci seduto davanti a lui). Fulvio Abate, poi, confessa che era difficile sottrarsi al fascino magnetico di Valterino. Connubio più estatico non poteva esserci tra mondo di sopra e di mezzo.
Lo stesso Lavitola accompagna l’uomo del mondo di sotto conosciuto in galera a fare un sopralluogo davanti casa Ranucci a Pomezia per configurare operativamente l’attentato. Questi, Clesio Gomes Tavares, detto O’ Nire, il Nero, si rivolge a quattro mezze tacche dello spaccio di droga della Campania per piazzare il pezzo. Due ragazzini sentono il botto, accorrono sul posto e uno dei due – appassionato di auto – vede fuggire sgommando una Fiat 500 X. Le normali telecamere stradali non fotografano le targhe, ma l’Antimafia, per un traffico locale di droga, ne ha piazzate due sulla Pontina che riescono a beccare le targhe. La 500 X segnalata dal ragazzino è fotografata all’andata e al ritorno, subito dopo l’attentato. Risulta intestata a un noleggiatore di auto campano. Non è difficile, ma è da tragicommedia, risalire agli occupanti dell’auto.
Per il gran casino che hanno combinato, inoltre, è la stessa camorra napoletana a inviare, sotto nome inventato, una mail alla Procura della Repubblica con tanto di nomi, cognomi, indirizzi e circostanze. Il più lurido e criminale mondo di sotto si rivolge direttamente a quello di sopra dello storico nemico inquirente per favorirgli generosamente la soluzione del caso, così da allontanare sospetti e inchieste dalla propria cupola, e poter continuare ad agire tranquillamente, impunemente.
Valterino, sentendosi con l’acqua alla gola, telefona alle quattro di mattina, insieme a sua moglie, a Ranucci per dirgli che lo stanno assurdamente sospettando di essere mandante dell’attentato, perché la cellula del suo telefono è stata agganciata di notte davanti il suo indirizzo a Pomezia, insieme a quella di un noto pregiudicato. È Sigfrido che si spacca il cranio per trovare una giustificazione e un alibi a quella sua presenza, tipo una strada di Pomezia che era in effetti interrotta e lui doveva passare per forza davanti la sua casa. Il tutto doviziosamente registrato dalle quantità industriale di microspie disseminate dagli inquirenti tra case, automobili, altri luoghi, e per i telefonini i classici Trojan.
Il mondo di sopra che cerca disperatamente di salvare quello di mezzo e di sotto è tutto in audio. Totale: il risultato finale è indubbiamente il bottino di caccia grossa messo a segno da Lavitola, appassionato di questa sua attività africana. Non ha solo centrato e abbattuto Ranucci, ma anche abbattuto la stessa possibilità in Italia di un serio giornalismo d’inchiesta. Un trofeo così prestigioso mancava tra le sue foto e pareti di casa. Soprattutto la struttura ammalorata, marcita del mondo di sopra, così intimamente avviluppata con quella di mezzo e di sotto, è forse la notizia peggiore per noi che in tv o sui giornali assistiamo a un farisaico sventolare di alti valori, ai quali magari ancora crediamo, quando valgono in realtà meno di un piatto di spaghetti alle vongole senza gusci e un galeotto e ghiotto tipo di dolce che solo Valterino sa servire… Sì, proprio un servizio completo e ben fatto: al Palazzo.
Beauty
Sophie è tornata. I suoi capelli, invece, sono ancora al mare
Sophie è rientrata dalle vacanze con un’abbronzatura invidiabile, una valigia da disfare e la convinzione di avere ancora sabbia ovunque. Poi ha guardato i capelli…
di Emanuele Bruschi
Sophie è rientrata dalle vacanze con un’abbronzatura invidiabile, una valigia da disfare e la convinzione di avere ancora sabbia ovunque. Poi ha guardato i capelli. “Tranquilli, ragazzi. È tutto sotto controllo”. Non lo era. Il sole li aveva disidratati, il sale li aveva resi ruvidi, il vento li aveva spettinati e il cloro aveva dato il colpo di grazia. I suoi capelli sembravano aver trascorso le vacanze più intensamente di lei. Sophie ha deciso quindi di intervenire. Prima mossa: shampoo energico. Seconda: acqua bollente. Terza: phon alla massima temperatura. Alla quarta mossa, i capelli hanno presentato le dimissioni. È stato allora che Sophie ha capito una grande verità: i capelli dopo il mare non hanno bisogno di disciplina militare, ma di un trattamento SPA. Primo passo: lavaggio delicato per eliminare sale, sabbia, cloro e residui di prodotti solari. Poi uno shampoo nutriente e un balsamo ricco, senza avere fretta di risciacquare: qualche minuto di posa può fare la differenza. E la maschera? Assolutamente sì. Una o due volte alla settimana, soprattutto se i capelli sono secchi, colorati o trattati. Anche l’asciugamano merita una raccomandazione: niente sfregamenti energici. Meglio tamponare delicatamente. E per qualche giorno sarebbe saggio dichiarare una tregua a piastra e ferro. Infine, se le punte sono molto rovinate, meglio una piccola spuntatina. Sophie ha protestato: «Ma io li voglio lunghi!». Il parrucchiere ha sorriso: «Certo. Ma lunghi e belli, non lunghi per principio». Dopo qualche settimana, Sophie si è guardata allo specchio. Capelli morbidi. Lucenti. Ordinati. «Finalmente!» ha esclamato. E così Sophie ha imparato la lezione: dal mare si torna con bei ricordi, ma anche con capelli che chiedono cure, idratazione e un po’ di pazienza. Perché le vacanze finiscono. La salute dei capelli, invece, si porta avanti tutto l’anno.
Patriarcato
La violenza, femminile plurale
I dati resi noti da una ricerca Istat contraddicono apertamente chi nega la persistenza del patriarcato nelle relazioni sociali, affettivi e famigliari tra i generi
In Italia le donne subiscono violenza in casa, tra amici e conoscenti. Succede loro fin dall’età dei sedici anni. Nel 2025, l’Istat certifica che i casi di violenza sono stati un milione e 650 mila, e hanno riguardato donne tra i sedici e i 75 anni. Le cittadine straniere colpite dalla violenza maschile sono state 244mila. Se poi consideriamo le donne che anche prima del compimento dei sedici anni hanno subito una qualche forma di violenza, secondo Istat arriviamo a una percentuale sulla popolazione femminile attorno al 15 per cento, cioè alla enorme cifra di tre milioni di vittime della violenza maschile. La legge contro il femminicidio è stata approvata proprio nel 2025, essa prevede la pena dell’ergastolo per chi uccide una donna in quanto tale e nella legge sono perseguiti anche i maltrattamenti in famiglia, anche quelli che un coniuge commette fuori dalla residenza condivisa. Nel 2025, l’anno preso in considerazione dalla citata ricerca Istat, sono state uccise 97 donne secondo il Ministero dell’Interno, 99 secondo l’osservatorio NUDM (Non Una Di Meno). Ottantacinque sono state assassinate da un maschio parente o un conoscente. Nel primo semestre del 2026 sono già 34 le donne assassinate. Mentre l’ONU registra una flessione significativa delle cariche pubbliche alle donne nel mondo, che per via delle responsabilità pubbliche sono spesso soggette a insulti, minacce se non a vere e proprie violenze, da noi c’è ancora chi propugna l’abolizione del reato di femminicidio. Essere accecati dal patriarcato rivela un’attitudine mentale indietro di circa diecimila anni. “La vera svolta nelle relazioni umane avviene circa 10.000 anni fa, con la rivoluzione agricola” – scrive Antonella Viola in “Parlami d’amore, un viaggio scientifico nel desiderio, nella passione, nei legami” (Feltrinelli, 2025) – “La transizione da società nomadi a comunità stanziali introduce concetti radicalmente nuovi: la proprietà privata e l’eredità. In questo contesto, la monogamia acquisisce un valore strategico”. In sostanza, sostiene Viola, gli uomini, desiderosi che le loro risorse economiche venissero tramandate ai loro discendenti diretti, avevano un interesse personale ed economico di limitare le attività sessuali della propria partner. Le norme religiose e le leggi civili hanno via via favorito questa attitudine, rendendo il matrimonio sociale come salvaguardia delle proprietà. Da questo presunto diritto a giudicare e punire comportamenti delle donne che non si ritengano all’altezza delle aspettative di supremazia maschile nella coppia il passo è stato breve, per diventare una sorta di severa educazione sentimentale da impartire alle generazioni che si sono susseguite: un figlio maschio è una risorsa, una figlia un problema da gestire con attenzione. La vita sociale, le amicizie, la scelta degli studi e il lavoro sono i luoghi in cui questa differenza continua a perpetrarsi, magari modificando le modalità, ma non i risultati prodotti dalle differenze tra i generi, storicamente generate dal patriarcato. 
La ricetta
Broccoli a crudo
di A. I.
Tutti conoscono i broccoli in padella, con o senza prosciutto o guanciale, e anche quelli all’agro o con le salsicce. Sono pietanze molto gustose, ma non rappresentano speciali caratteristiche “scrofanesi”, come invece i “broccoli a crudo”, tipici della cucina cosiddetta povera, dunque tanto tradizionale quanto nutriente, perché questi broccoli sono saporitissimi, per palati forti, non per stomaci deboli. Si prenda quella quantità di broccoli che corrisponde al numero dei commensali, si lavino e si puliscano per bene, conservando però qualche foglia più tenera. I broccoli mondati dovranno essere tagliati in pezzi piccoli e avere cura dei gambi delle cimette, che andranno tagliati per tutta la loro lunghezza. Le foglie e le cimette andranno messi in acqua fredda fino a quando andranno in cottura. Adesso, in un tegame versate un poco di olio extravergine, meglio se di olive di Sacrofano, e un paio di spicchi d’aglio, sapientemente schiacciati. Fate soffriggere poco e leggermente e, prima che l’aglio cambi colore, aggiungere le foglie che erano a mollo, e dopo averle accuratamente sgocciolate. Adesso condite con sale e pepe. Appena vi accorgerete che le foglie si sono appassite (in dialetto si direbbe “ammalvate”) aggiungete le cimette dei broccoli, anch’essi ben sgocciolati. Fate insaporire, dategli una mano con un bel bicchiere di vino bianco secco, un paio se il tegame è pieno. È il momento di coprire il tegame con un coperchio, ma non dimenticate di mescolare di tanto in tanto, facendo attenzione a non frantumare le cimette dei broccoli. Quando il vino si è asciugato, spegnete, aspettate un po’ e servite in tavola. Il loro profumo e sapore non sembrerà un contorno, ma una vera e propria pietanza. Ma se proprio insistete a considerare i “broccoli a crudo” un semplice contorno, beh allora mettelili vicino a un ricco bollito o un generoso arrosto. Se lo meritano.
Sport
Il calcio costa troppo
di Piero Santonastaso
Tutti a stracciarsi le vesti per l’infimo livello raggiunto dal calcio italiano. Dopo tre consecutive mancate qualificazioni ai campionati mondiali è ripartito l’annoso dibattito sul perché e sul percome ci sia scarsità di buoni calciatori italiani e su quali possano essere i correttivi per invertire la tendenza. Il 29 luglio scorso sir Claudio Ranieri l’ha messa giù piatta: “I bambini per andare alle Scuole calcio spendono troppi soldi. Ci sono famiglie che non si possono permettere questo. Io voglio capire bene come funziona il Settore giovanile scolastico. In questo momento storico in cui i bambini sono presi da altri giochi, TV, videogiochi e altri sport dobbiamo cercare di riportarli al calcio. Come? Cercando di abbassare i prezzi”. Sante parole. Ma non è solo questione di prezzi: all’esborso di centinaia di euro, in un range che varia tra i 350 e i 900 euro, le famiglie devono aggiungere la disponibilità di tempo per accompagnare i figli agli allenamenti e alle partite, e per fornire supporto logistico e organizzativo alla vita delle società, soprattutto quelle più piccole. E sappiamo bene che il tempo è denaro. Ma non è solo questione di tempo e denaro. Però servono anche le strutture e l’organizzazione, con i costi annessi. Una scuola calcio con le entrate delle iscrizioni deve provvedere alle spese amministrative, ai rimborsi per i tecnici, alle utenze, al mantenimento o all’affitto degli impianti, alle spese vive. Una vita difficile: ecco perché da tempo la Lega Nazionale Dilettanti, dalla quale dipende il settore giovanile e scolastico, preme affinché almeno l’1% dei diritti televisivi venga dirottato sulla formazione e la crescita dei baby tesserati. Naturalmente il calcio professionistico fa orecchie da mercante: in un quadro internazionale totalmente liberalizzato, alle società di A e B interessa poco o nulla il discorso della formazione. Comprano giocatori già pronti e pazienza se non sono italiani e tantomeno giovani. Si entra dunque in una scuola calcio sognando orizzonti di gloria ma poi ci si trova davanti a un vero e proprio muro: nelle serie maggiori non c’è spazio per i talenti fatti in casa. Come risponde il territorio? I Comuni fanno quel che possono: è già tanto quando riescono a mettere a disposizione un impianto pubblico, ed è per esempio il caso di Sacrofano, dove il campo di Monte Sarapollo è stato dato in gestione alla Polisportiva Sacrofano. La Regione Lazio dal canto suo ha varato il Voucher per lo Sport, 500 euro a disposizione delle famiglie con figli tra i 6 e i 18 anni ed Isee fino a 50.000 euro. Quest’anno e fino al 31 maggio 2027 ne beneficeranno 38.552 ragazzi, scegliendo tra oltre 6.240 corsi offerti dalle 1.961 associazioni, società sportive ed enti del terzo settore che aderiscono. A Sacrofano, nel caso del calcio giovanile, il voucher regionale coprirebbe quasi per intero l’importo richiesto dalla Polisportiva per l’iscrizione alla scuola calcio, che è di 550 euro senza kit e 650 con kit. Una distinzione puramente formale: avete mai visto un ragazzino o una ragazzina andare ad allenarsi con un abbigliamento diverso da quello sociale? Diciamo quindi che il voucher lascerebbe scoperta una quota di 150 euro, alla quale però andrebbero aggiunte altre spese obbligatorie: le scarpe da gioco, mai incluse nei kit; la visita medica; gli spostamenti per le partite. Tenendoci bassi, possiamo aggiungere per i più piccoli altri 150 euro, che però possono facilmente raddoppiare se entrano in gioco variabili come gli scarpini per il sintetico e quelli per i campi in erba naturale. E se parliamo di ragazzini in età da esordienti o da allievi, non c’è limite all’immaginazione. Sì, il calcio costa troppo, non offre garanzie ed è un sistema economico che ha bisogno di essere ripensato dal profondo.
Cerbottana
La burocrazia nell’era digitale
Il termine burocrazia è un composto tra “bureau”, cioè ufficio in francese, e kratos, che in greco antico significa potere, come sanno tutti. Nell’era analogica, burocrazia è diventato synonymo di lentezza, arroganza, mancanza di dialettica da parte di funzionari che si arrogano il diritto di imporre il loro zelo negli uffici, soprattutto pubblici, con il risultato di angheriare i cittadini. Allora, qualcuno ha pensato: basta con questi arbitrii, rendiamo moderna la pubblica amministrazione. E così la burocrazia è entrata nell’era digitale. È cambiato qualcosa? Macché. L’unica innovazione è che invece dal francese “bureau”, burocrazia viene da “buricco”, asino in lingua spagnola, diventato l’appellativo che bollava i contadini che venivano a Roma a dorso d’asino per vendere formaggi e verdure: i “burini”, appunto. Ecco che vuol dire burocrazia nell’era “dell’intelligenza artificiale generativa”: il potere burino del web. Col risultato che invece che litigare con un impiegato in carne e ossa allo sportello, con il risultato che talvolta questo poteva provocare la modifica di alcune norme troppo vessatorie, oggi imprechiamo da soli contro lo schermo del pc o del telefonino per colpa di un ottuso risponditore automatico. Tanto che anche il servizio clienti ha cambiato significato; oggi significa “sevizio clienti”.
Economia
Se l’intelligenza artificiale crea disuguaglianze tra i lavoratori
Il dibattito sui pericoli dell’uso dell’AI fuori dalle regole democratiche ci tocca molto da vicino.
di Guglielmo Forges Davanzati (Unisalento)

Data l’evidenza di cui disponiamo, ci sono buone ragioni per ritenere che l’Intelligenza artificiale stia aumentando les disuguaglianze: quelle funzionali, fra redditi da capitale e redditi da lavoro; quelle salariali, fra lavoratori altamente qualificati e lavoratori poco qualificati; e quelle territoriali, fra aree geografiche. A questo si aggiunge un dato apparentemente paradossale: per ora, gli effetti dell’Intelligenza artificiale sulla produttività aggregata sono modesti. Questi meccanismi sono interconnessi.
Rivoluzioni tecnologiche
Infatti, occorre innanzitutto ricordare che gli aumenti di produttività derivanti dalle rivoluzioni tecnologiche – come è accaduto, in particolare, nelle fasi mature della prima e della seconda rivoluzione industriale – si sono tradotti in aumenti dei salari là dove la conflittualità sociale e l’organizzazione collettiva dei lavoratori hanno consentito loro di appropriarsi di una parte dei guadagni di produttività. In linea generale, l’avanzamento tecnico produce effetti favorevoli ai lavoratori solo quando si associa a condizioni organizzative e istituzionali capaci di accrescerne il potere contrattuale. Ciò si è reso storicamente possibile quando i lavoratori sono stati sufficientemente compatti da poter agire collettivamente per la tutela dei propri interessi. In casi diversi – si pensi alla rivoluzione informatica degli anni Ottanta e Novanta – l’avanzamento tecnologico ha invece funzionato prevalentemente come meccanismo di disciplina, attraverso la segmentazione della classe lavoratrice e il conseguente indebolimento della sua capacità negoziale.
Indebolire i lavoratori
L’Intelligenza artificiale appartiene a questa seconda categoria di innovazioni: polarizza le mansioni, riduce i costi di coordinamento e controllo di processi produttivi esternalizzati, accentua il controllo a distanza e la standardizzazione dei processi e, dunque, tende a comprimere gli spazi per l’organizzazione collettiva dei lavoratori e a ridimensionare la loro capacità di coalizzarsi. Uno studio del Fondo monetario internazionale (AI Adoption and Inequality del 2025) mostra che l’adozione dell’Ia può produrre forti aumenti dei rendimenti del capitale, con un incremento dell’indice di Gini – nel suo modello – nell’ordine dei 14 punti percentuali. Da questo punto di vista, bisogna evidenziare un errore diffuso, che consiste nel ritenere che l’avanzamento tecnico produca sempre incrementi di produttività e che questi si traducano automaticamente in benefici diffusi. Questi automatismi non esistono nei fatti e non sono mai esistiti. In secondo luogo, è lo stesso Fmi a mostrare che per i lavoratori meno qualificati è alto il rischio di sostituzione e che la sola possibilità di essere sostituiti può indurli ad accettare aumenti salariali contenuti. L’Ia rende, infatti, possibile e poco costosa la delega di attività cognitive standardizzabili. E ancora: vi è ampia evidenza sul fatto che l’Ia sta generando profitti molto elevati per i fornitori di infrastrutture Ia (imprese di grandi dimensioni, prevalentemente statunitensi). Il che porta a ritenere che l’avanzamento tecnologico in corso è destinato ad aumentare la concentrazione industriale e a penalizzare le imprese di più piccole dimensioni e i territori nei quali operano. Il Fondo monetario internazionale (Global Economic and Financial Implications of Artificial Intelligence del 2026) rileva che gli elevati costi fissi nei settori che operano con le nuove tecnologie generano elevate barriere all’entrata, dunque elevato potere di monopolio e, per contro, su fonte Ocse e Istat, viene stimato che nel 2025 l’Ia è utilizzata dal 16,4 per cento delle imprese italiane con almeno dieci addetti a fronte di una media Ocse pari al 20,2 per cento, e di una media europea del 20 per cento.
Aumenti di produttività
Ma la questione probabilmente più rilevante – ampiamente discussa fra gli addetti ai lavori – è che gli aumenti di produttività derivanti dall’introduzione dell’Ia, e dunque il suo contributo alla crescita economica, non sono al momento significativi. Una possibile spiegazione risiede nel fatto che il rallentamento di lungo periodo della produttività nei paesi Ocse (a partire dagli anni Ottanta) si è manifestato – e continua a manifestarsi – in un contesto segnato da aumento delle disuguaglianze: quando queste sono elevate, infatti, è stagnante la domanda di beni e servizi e, con essa, la diffusione delle nuove tecnologie. Una maggiore domanda può favorire l’adozione dell’Ia: più la si utilizza, più imprese e lavoratori imparano a utilizzarla efficacemente ed è proprio questo continuo processo di apprendimento a generare ulteriori incrementi di produttività. (Courtesy by Domani).
Lieti eventi
La cicogna torna volentieri a Sacrofano

è giunto fra noi Aureliano: benvenuto. Tanti auguri e congratulazioni a mamma Irene e a papà Giovanni.
Brevi ma buone
– I corsi di lingua italiana per stranieri riprendono martedì 6 ottobre in Biblioteca, a cura dei volontari Lions di Formello e Sacrofano.
– La Polisportiva Sacrofano da quest’anno gioca in Seconda Categoria.
– Walk For The Cure, 4 ottobre, ore 9,45.
Le persone
Artigiano della gentilezza

Flemmatico, cortese, efficiente, Luigi Piersanti è un artigiano che, venendo dalla manutenzione, sa fare tutto quello che serve a ristrutturare un appartamento, un negozio, uno spazio attrezzato. Vive a Sacrofano dal 2000, ha tre figli ai quali ha garantito gli studi. Non ha solo buone mani, ma anche una bella testa.
Le persone
Farmacista nata

Gioviale, sorridente, riflessiva, Sabina Grana vive a Sacrofano da 17 anni, ha ereditato la passione per la farmacia dal padre. In società con suo fratello per 15 anni, a Roma, ha lavorato per un anno a Sacrofano. Madre di due figli ha voluto dedicarsi loro, ma il richiamo della foresta l’ha di nuovo portata in farmacia a Roma.
Le persone
Il meccanico di prossimità

Scrofanese doc, empatico e laborioso, Fabio Gregori è talmente appassionato del suo lavoro che se lo è portato a casa, nella sua aia, tra oche curiose e galline ruspanti. Per lui smontare e rimontare è una vera passione, i motori sono più gioie che dolori. In una società che butta via, chi sa riparare fa venire il buonumore.
Idee
Il problema non sta nel fatto che è artificiale, ma nella confusione tra intelligenza e intelligence
di Marco Ferri
Quando parliamo di intelligenza umana, facciamo riferimento a una precisa attitudine: la capacità degli esseri umani di comprendere la realtà, elaborare informazioni, risolvere problemi nuovi adattandosi al contesto dei rapporti fra persone e l’ambiente in cui sono inserite. Nella lingua italiana, ci ricorda il vocabolario Treccani, intelligenza è quel “complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento”. Dunque, l’intelligenza “è propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza”. Gli inglesi la chiamerebbero “human intelligence”. Perché in realtà “artificial intelligence” (AI) vuol dire una cosa significativamente diversa: intelligence è quell’attività di raccolta, analisi e gestione di informazioni strategiche utili a supportare le decisioni di enti pubblici o privati. L’intelligence si addice al marketing che ipotizza un pubblico interessato all’acquisto di un prodotto e per questo incamera dati, li elabora e definisce il profilo del consumatore ideale. Si addice allo spionaggio, ai servizi segreti, alle tecniche preventive per la tutela della sicurezza, allo studio del nemico. Rendere rapidi i passaggi di elaborazione dei dati raccolti sveltisce le procedure, ma non prende le decisioni, a meno che un gruppo di uomini non abbia deciso a priori che a quei dati debbano corrispondere reazioni preordinate. Ecco la differenza: per un essere umano, una reazione preordinata non è un gesto intelligente in sé, quanto piuttosto un riflesso condizionato, cioè una risposta automatica, inconsulta, presa prima di capire esattamente che cosa sia effettivamente successo. La rapidità della reazione prende il posto della effettiva consapevolezza di ciò che sta succedendo. Ecco perché è artificiale, perché si muove all’interno di un perimetro di azioni previste, codificate. Con il costante pericolo di dare vita ad azioni irreversibili, per esempio come quelle che racconta NAZA, il film israeliano premiato al Festival di Venezia, in cui appare chiaro il rovesciamento drammatico del concetto di “danni collaterali”, se è vero che tra i 71 mila morti a Gaza solo 8 mila erano miliziani di Hamas. Il che dimostra che l’AI è uno strumento, non un comportamento autonomo dalla volontà di chi ne adotta le informazioni e ne imposta le reazioni. D’altronde, anche nel suo piccolo, l’AI fa esattamente solo quello per cui è impostato. Ve accorgete quando dovete passare per “l’intelligenza artificiale generativa” del servizio clienti del vostro fornitore di energie o telefonia. O quando avete a che fare con l’App della vostra banca. Succede sempre e solo quello che vogliono loro, voi e le vostre richieste non contate nulla, se non siano già state previste e le risposte predisposte. I vostri diritti non sono contemplati da quelle procedure, a cominciare da quello di essere ascoltati e presi in considerazione, per contribuire non solo a risolvere il vostro problema ma a provocare il cambiamento delle procedure del servizio clienti. Ecco che anche nella vita di tutti i giorni, IA significa troppo spesso Imposição Artificiale. Tanto rapide appaiono le informazioni che vengono somministrate agli utenti dei servizi, quanto tardive e burocratiche saranno le modifiche delle regole che non funzionano. Per dirla in modo semplice, è sempre più evidente che l’intelligence mal tollera l’intelligenza umana: la prima vuole imporre lo status quo per cui è stata creata, la seconda è alla continua ricerca di soluzioni creative, non ancora scoperte e codificate, per dare vita a nuovi scenari umani, economici, sociali, storici. Scrive Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica nel 2021: “Karl Marx, in un discorso del 1856 per l’anniversario del ‘People’s Paper’, pronunciava parole che sembrano dette oggi: ‘Macchine dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria’. Centosettanta anni dopo, siamo punto e a capo. Solo che le macchine, adesso, non sostituiscono più le braccia, ma pezzi crescenti dell’attività intellettuale”. (Giorgio Parisi, “Il nostro futuro su un piccolo pianeta bisognoso di cura”, Castelvecchi 2026). A questo punto, a fronte delle recenti polemiche sull’AI, è chiaro che di fronte abbiamo due strade. L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento che renda possibile la liberazione dal lavoro ripetitivo e malpagato per promuovere una grande crescita economica a beneficio di tutti. Oppure può diventare lo strumento apocalittico di una concentrazione di potere e ricchezza come mai avvenuto nella storia umana. Continueremo a far scegliere agli oligarchi del digitale, o finalmente troviamo la via per decidere noi in che mondo vogliamo vivere e far crescere i nostri figli?


