Trasporto pubblico

L’accesso al diritto alla mobilità è sempre più urgente

Ecco alcuni aggiornamenti in merito alla riorganizzazione sul nostro territorio

di L B

In merito alla riorganizzazione del trasporto pubblico locale su gomma, entrata in vigore dal 1° luglio, ecco una dichiarazione rilasciataci da Patrizia Nicolini.
“Il nuovo assetto del trasporto pubblico locale rappresenta una trasformazione significativa, voluta dalla Regione Lazio, e come ogni trasformazione porta con sé, soprattutto all’inizio, inevitabili disagi. Va però detto – continua la sindaca – che è una situazione provvisoria e che il quadro è in continua evoluzione, proprio perché alcune migliorie sono già state introdotte e altre saranno recepite nei prossimi giorni. Noi – conclude Nicolini- saremo accanto ai cittadini, raccoglieremo le loro segnalazioni e continueremo a pretendere le modifiche necessarie, affinché Sacrofano possa avere un servizio dignitoso e adeguato alle esigenze del territorio.” A complicare il quadro della situazione, ci si mettono i lavori in corrispondenza del ponte ferroviario, il servizio ferroviario urbano è attivo solo sulle tratte Montebello-Saxa Rubra e Acqua Acetosa-Flaminio. Risultano, infatti, temporaneamente chiuse le fermate di Campi Sportivi, Monte Antenne, Tor di Quinto, Due Ponti e Grottarossa; nel tratto interdetto è comunque attivo un servizio di bus sostitutivi. Non il massimo in un’estate torrida, ma interventi che si spera siano propedeutici a un miglioramento del servizio per la ripresa delle scuole a settembre. La tutela del diritto alla mobilità sembrerebbe di stringente attualità nel nostro territorio. Come è noto, il trasporto pubblico locale è disciplinato soprattutto dal decreto legislativo n. 422 del 1997, che attribuisce alle Regioni e agli enti locali la programmazione e l’organizzazione dei servizi. Inoltre, il diritto dell’Unione europea prevede gli obblighi di servizio pubblico, che consentono alle autorità di finanziare e imporre servizi di trasporto anche quando non sono economicamente redditizi, proprio per garantire esigenze sociali e territoriali. Negli ultimi anni si discute sempre più della possibilità di riconoscere il diritto alla mobilità come un vero e proprio diritto sociale fondamentale, anche in relazione alla transizione ecologica e alla lotta alle disuguaglianze territoriali. Il Comitato economico e sociale europeo, ad esempio, ha proposto di considerare la mobilità un diritto individuale e un bene pubblico, ponendo il trasporto pubblico al centro delle politiche europee.

Sport

Cresce l’offerta, arrivano i risultati

La voglia di partecipazione si allena a superare gli ostacoli

di Marco Ferri

La lotta contro il tempo è senza esclusioni di colpi. Con l’arrivo di un nuovo finanziamento, pari a un sostanzioso acconto del 20%, i lavori per il completamento del centro sportivo di Monte Sarapollo hanno avuto un nuovo incentivo a portare a termine la partita, cioè la ristrutturazione della tribuna, la sistemazione delle recinzioni, dell’illuminazione, del campo basket/volley. Così come l’efficientamento degli spogliatoi, che grazie all’aumento delle attività ha moltiplicato le presenze.
È una notizia confortante per la Polisportiva Sacrofano, ma anche per la società di atletica K 42, che ha recentemente partecipato al Palio dei Comuni, con una squadra dell’IC Pitocco di Sacrofano. Grazie all’intuizione del Comune, che nella persona di Gabriella Gandellini, delegata alla scuola, ha attivato il meccanismo organizzativo con il quale dodici alunne e alunni della secondaria dell’IC Pitocco, allenate da Valerio Troiani, insegnante di educazione fisica, e da Ferdinando Rutolo e Bruno, Saliola allenatori del GDS K 42, hanno partecipato al Palio dei Comuni, evento sportivo che ha preceduto il Golden Gala Pietro Mennea, la tappa italiana della Wanda Diamond League, svoltasi il 4 giugno allo Stadio Olimpico di Roma. Altro evento sportivo si è tenuto alla fine di maggio e ha riguardato il basket. Promosso dalla neo-associazione Civitas, ha visto 60 atleti cimentarsi in incontri di street basket 3vs3 al campo sportivo di largo Ilaria Alpi. All’iniziativa agonistica hanno partecipato anche compagini di Roma, dando così vita a una esperienza ricca di buone prospettive per la reputazione sportiva di Sacrofano, capace di accogliere eventi, di parteciparvi, come nel caso del Palio dei Comuni e di sviluppare la partecipazione di nuove leve alle diverse discipline presso il centro sportivo di Monte Sarapollo. In attesa che al calcio, al rugby, al basket e all’atletica, oltre che al volley, si aggiungano il nuoto e la pallanuoto, una volta che la piscina sia stata riaperta. È previsto che i lavori di ristrutturazione si concludano con i collaudi e l’affidamento a una gestione, cose che, secondo Toni Scattolon, delegato allo sport, avverrà immediatamente dopo l’estate. Last but not least, registriamo un altro bel successo nella boxe del Valentino Team, anzi due, visto che ai campionati italiani femminili Under 17 che si sono disputati a Chianciano Terme, Cristina Riso – Polpetta- ha vinto l’argento e Ludovica Vitoni – Principessa – ha conquistato un bronzo. Insomma, quando l’offerta sportiva cresce, le giovani generazioni si attivano e i risultati arrivano.

ll tifo dei genitori al Palio dei Comuni

ll tifo dei genitori al Palio dei Comuni

Territorio

Come eravamo 40 mila anni fa

Raschiatoi e punte di frecce, gli strumenti dei nostri antenati nel Parco di Veio

di Piero Santonastaso

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Abbiamo raccontato nella prima puntata come si formò il territorio che ospita Sacrofano. Cerchiamo ora di capire chi lo popolò e come, partendo da un presupposto: prima che il vulcanesimo dell’area sabatina entrasse in quiescenza, circa 40.000 anni fa, i nostri antenati avevano attraversato una gravissima crisi globale, sfiorando l’estinzione. Complice il clima freddo e arido, circa 900.000 anni fa l’Homo Erectus si era ridotto a circa 1.200 individui in età riproduttiva che si aggiravano in piccoli gruppi nelle pianure africane. E dopo centinaia di migliaia di anni di stentata evoluzione, passando ai Neanderthal, ai Denisova e poi ai Sapiens, non andava tanto meglio. Tutti insieme non raggiungevano il milione di individui e in Europa i Sapiens si contavano in circa cinquemila esemplari. Visti numeri così bassi sono rarissimi i ritrovamenti di reperti che testimonino la presenza umana. In Italia le prime tracce fossili di colonizzazioni risalgono a 1.300.000 anni fa (Apricena, in provincia di Foggia), mentre nel Lazio il primato spetta all’uomo di Ceprano (Frosinone), un Homo Heidelbergensis ribattezzato “Argil”, il cui cranio è stato datato a circa 500.000 anni fa.
Sono seguiti poi i Neanderthal di Sacco Pastore (una cava sulle rive dell’Aniene a Roma), datati a 250.000 anni fa e quelli della Grotta Guattari al Circeo (100.000 anni). Ed è recentissimo (2025) il ritrovamento dei Sapiens più antichi della regione, risalenti a circa 30.000 anni fa, scoperti in località Riparo Blanc, sempre a San Felice Circeo. Sacrofano dal canto suo ha restituito nel tempo fossili appartenenti a rinoceronti e cinghiali di era pleistocenica, ma nessun resto umano, come d’altro canto l’intera area del Parco di Veio. Ciò non significa che il territorio non fosse frequentato dai nostri antenati. Anche qui giova ricordare che i gruppi umani fino a 5-10.000 anni orsono non erano mai stanziali. Essendo raccoglitori e cacciatori si spostavano in continuazione in cerca di fonti di cibo e gli unici resti che si lasciavano dietro erano strumenti in selce come raschiatoi e punte di frecce. Di questi nell’area del Parco ma anche a Sacrofano ne sono stati trovati in gran copia, insieme ai reperti in ceramica risalenti a non oltre il XVI secolo a.C. Fu l’introduzione dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa in Medio Oriente, a stravolgere completamente usi e costumi, con l’adozione di insediamenti stabili, sepolture collettive in strutture scavate nella roccia etc. Nel Lazio accadde con la fine del Neolitico quando all’improvviso ci si ritrovò alle soglie di una nuova rivoluzione, dettata dalle ondate migratorie indoeuropee che in rapida successione modificarono l’intero scenario. Si era ormai alle soglie in vista del II millennio avanti Cristo, quando nacquero le prime civiltà italiche. (2.continua)

Editoriale

Il valore pedagogico della convivenza democratica

Il significato della posa del busto in onore di Giacomo Matteotti a Sacrofano è nella storia di oggi, più che nella memoria del passato

di Marco Ferri

Busto Giacomo Matteotti (Foto di Romeo Marcori)

Busto Giacomo Matteotti (Foto di Romeo Marcori)

Suggellata dalla presenza delle autorità civili e religiose, tra cui i sindaci dei comuni interessati dal tragico rapimento e assassinio politico di Giacomo Matteotti perpetrato nel 1924, la cerimonia celebrata nel 2026 nei giardini comunali di Sacrofano, a più di un secolo di distanza dai fatti, ricopre un significato che travalica i parametri della memoria, e si colloca nel significato storico, oltre che politico di quell’efferato episodio delittuoso, per diventare un parametro per valutare la realtà dei nostri giorni. La frase che egli pronunciò ai suoi compagni di partito, il Partito socialista Unitario, di cui era il segretario, subito dopo il discorso in Parlamento, di cui era membro eletto, non può essere ascritta semplicemente come constatazione profetica. “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”: la citazione che compare sul busto, collocato nei giardini comunali di Sacrofano, non è una frase ad effetto, ma la genuina consapevolezza dell’avvento di un’era politica in cui l’eliminazione fisica degli avversari è stato il metodo teorico e pratico per prendere il potere. Non è vero che stiamo tornando indietro. Siamo, piuttosto, piombati in un frangente storico in cui l’uso della forza sembra di nuovo la prassi geopolitica più efficace, magari per rispondere a un attentato. O per fermare il narcotraffico.
La vendetta, la rappresaglia, la ritorsione, le cosiddette esecuzioni extragiudiziali hanno preso il posto del diritto internazionale e penale, la scarica di morte emanata da un drone vuole essere più convincente della rivendicazione di un diritto inalienabile. Sentiamo frasi da fiction violente, non più urlate da un balcone, verso la folla, ma sceneggiate sui social verso migliaia e migliaia di follower digitali, suggestionati con l’ausilio della cosiddetta intelligenza artificiale. Torna alla mente Karl Krauss, scrittore e drammaturgo austriaco e la sua “Gli ultimi giorni dell’umanità”, tragedia teatrale del 1915, scritta proprio durante la mattanza della Prima guerra mondiale – da cui appunto scaturì il fascismo. Egli dice con una chiarezza impareggiabile che la guerra non è un evento eroico, semmai è il risultato dell’irrazionalità umana e della perdita del senso critico. Infatti, si realizza attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica: giornali, propaganda e discorsi ufficiali trasformano la guerra in qualcosa di apparentemente necessario o glorioso, nascondendone gli orrori, cioè la distruzione dell’umanità. La guerra annienta non solo vite e città, ma anche i valori morali, la verità e la dignità delle persone. La guerra si realizza con la responsabilità della società: Krauss mostra che non sono solo i soldati a fare la guerra; anche politici, giornalisti, industriali e cittadini che accettano la propaganda e contribuiscono al suo perpetuarsi. Matteotti si ribellò alla nascente dittatura nata proprio dall’esaltazione della violenza, prima nelle sue terre, il Polesine, dove fu leader delle rivendicazioni dei mezzadri sfruttati dagli agrari, poi in Parlamento, dove denunciò le violenze politiche che tentavano di intimidire prima e sopprimere poi il dissenso. Gli fu fatale la preoccupazione politica che stesse per rivelare uno scandalo di corruzione internazionale legato alle concessioni petrolifere della compagnia americana Sinclair Oil, che coinvolgeva direttamente il capo del governo, un governo che non era ancora una dittatura, ma una coalizione, in cui sedevano liberali, cattolici, nazionalisti e anche un paio di socialisti, un governo il cui capo era stato nominato da Vittorio Emanuele III.

Matteotti cadde, il governo no. Quando il compromesso e la connivenza prendono il sopravvento sull’ etica pubblica, ecco che non ci sono più freni inibitori all’esercizio del potere, la politica diventa tossica, violenta. Ce lo ha ricordato recentemente il Capo dello Stato, durante le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Costituente. Dunque, questo è il significato, tanto attuale quanto impellente, della posa del busto di Matteotti a Sacrofano. Questo l’insegnamento che hanno ricevuto le ragazze e i ragazzi dell’IC Pitocco: non la retorica, ma l’impellente necessità di una rinnovata presa di coscienza collettiva che la coercizione fisica – sia essa scontro fisico, bullismo, tifo manesco, rissa da discoteca, complicità vandalica, comportamenti razzisti, atteggiamenti sessisti – non producono altro che mediocrità morale, pochezza sociale nella quale tentare di mimetizzare le proprie debolezze, umane e sempre più spesso anche politiche. Argomenti, approfondimenti, riflessioni, solidarietà sono gli integratori della democrazia, il terreno fertile dei diritti di ciascuno, quindi di tutti. Circa 20 anni dopo l’assassinio di Matteotti l’Italia si liberò non solo di un occupante, di un regime collaborazionista e di una monarchia complice, ma anche della mancanza di un’idea di pace, uguaglianza e prosperità da tramandare a figli, nipoti e pronipoti. Quell’idea che è stata di Matteotti può e deve continuare a crescere e svilupparsi nella nostra democrazia, cioè nelle nostre vite, in tutti gli aspetti, che siano politici, culturali, economici, sociali, familiari, tanto individuali quanto collettivi.

Ambiente

Il fresco? Roba per ricchi

La “cooling poverty” impone un cambiamento radicale nelle scelte collettive: servono rifugi climatici, depavimentazione, tetti verdi e alberi

La chiamano “cooling poverty”, “povertà da raffreddamento”, cioè l’impossibilità di mantenere temperature vivibili in casa, negli spazi aperti al pubblico durante le ondate di calore. Una condizione punitiva che colpisce chi vive in centri urbani con poco verde, abita in edifici inefficienti, lavora in luoghi che attribuiscono poche risorse economiche e dedicano scarso accesso al raffrescamento. L’OMS ha stabilito che oltre la soglia che si determina tra i 24 e i 26 gradi, rischiamo seriamente di entrare in zona pericolo per la salute. Secondo uno studio scientifico britannico, condotto su 854 città europee, il caldo ha ucciso 4.597 persone solo lo scorso anno e la stessa OMS ha indicato in 1.300 le persone morte in più in Europa nell’ultima settimana di giugno 2026. Quest’anno Legambiente ha incrociato dati demografici, edilizi e socioeconomici: l’assenza di pensiline che facciano ombra alle fermate dei mezzi pubblici, la mancanza di panchine in cui potersi riposare qualche minuto, la penuria di fontanelle per idratarsi sono tutte cause di gravi disagi, che colpiscono soprattutto le aree urbane meno curate. Ma c’è di più che la sola “cooling poverty”. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ISPRA, denuncia che nel 2024 l’Italia ha trasformato 83,7 chilometri quadrati di territorio naturale in superfici artificiali al ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo. Le coperture artificiali occupano ormai il 7,17% del paese, che è semplicemente il doppio della media europea. La “cooling poverty” balza di nuovo in primo piano, proprio perché il verde segue la mappa del reddito: dove meno si guadagna ci sono meno alberi. Come fa notare Giulia Boero nel suo articolo apparso su Repubblica oltre che esempi negativi, ci sono fatti concreti che possono essere presi a esempio. Scrive Boero: “Vienna impone tetti verdi, facciate vegetali e depavimentazione, con 100 milioni stanziati per il raffrescamento urbano. Bristol ha adottato un piano integrato contro le ondate di calore”. E in Italia? “Ci sono buone pratiche a Milano, Forlì e Modena, ma restano soltanto episodi”. Servirebbero piani comunali di adattamento, regolamenti edilizi aggiornati, rifugi climatici nei quartieri e fondi per il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. A Sacrofano c’è la fortuna del Parco di Veio che garantisce tutela del verde, ma cose da fare – quando finirà la maledizione del rientro dai debiti comunali – bisognerà progettarle, non solo per contrastare la “cooling poverty”, ma soprattutto guardare oltre e adottare le misure che riguardino la gestione dell’emergenza climatica.

Lavoro

Perché in Italia si muore di lavoro?

Sulla sicurezza i conti non tornano, proprio come chi esce la mattina per andare al lavoro e non torna a casa

di Piero Santonastaso

Da mesi cercano di convincerci che la sicurezza sul lavoro sia aumentata, in virtù della diminuzione degli incidenti mortali. Ci si fa forti dei report mensili dell’Inail, dimenticando sempre di specificare che l’istituto fa i conti sui suoi assicurati. Significa che dalle statistiche spariscono le categorie non assicurate (“robetta” come, ad esempio, i vigili del fuoco e i lavoratori in divisa), che assommano a oltre 4 milioni di occupati e che ovviamente non vengono presi in considerazione i lavoratori in nero e i cosiddetti “invisibili” (leggi immigrati irregolari) impiegati soprattutto nei campi e nei cantieri edili. A tenersi bassi parliamo di altri 2 milioni di lavoratori. Ne consegue che le cifre ufficiali non sono veritiere, anche per un altro piccolo particolare: nei report che Inail diffonde sono considerate soltanto le denunce ricevute, il primo passo di una pratica assicurativa che potrebbe anche essere respinta. Sull’esito delle denunce, comunque, mancano dati ufficiali.
I numeri raccolti dal sottoscritto sulle pagine Facebook e Instagram “Morti di lavoro” raccontano una storia diversa. Ad aprile 2026 (ultimo report disponibile), Inail conteggiava per il Lazio 24 vittime del lavoro, mentre a noi ne risultavano 32 – tutti raccolti attraverso le notizie di cronaca – con una differenza assoluta di 8 morti e una in percentuale del 33,3%. Volendo tracciare un quadro più aggiornato, al 21 giugno i deceduti nel Lazio sul posto di lavoro o in itinere sono stati 46, cioè 10 in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con un aumento percentuale del 27,7%. L’incidenza percentuale, cioè le vittime ogni 100.000 occupati, sale nella regione da 1,4 del 2025 a 1,9 dell’anno in corso. La provincia peggiore è quella di Frosinone, con 14 morti (+4) e un’incidenza passata da 5,7 a 8. Seguono Latina (8 morti, da 2,3 a 3,8), Rieti (2 morti, da 1,6 a 3,3), Viterbo (4 morti, da 0 a 3,14), e Roma (18 morti, da 1 a 0,9). L’incidenza regionale sale da 1,4 a 1,9 vittime per 100.000 occupati. Però non fanno altro che raccontarci che le vittime diminuiscono e la sicurezza aumenta.

Parco di Veio - di Veio in meglio

La recensione

Disclosure Day

In attesa che il teatro Alpi da semplice spazio diventi il luogo deputato alla drammaturgia e al buon cinema, segnaliamo un film che ci sarebbe piaciuto fosse stato proiettato a Sacrofano

di Riccardo Tavani

C’è una parola cruciale, una sola parola, nel più classico faccia a faccia cinematografico tra il personaggio cattivo, e quello buono. È empatia. Può anche sfuggire, perché il film è un fiume in piena di dialoghi, parole e frasi come pallottole sibilanti, colpi di scena, rovesciamenti di fronte, suspense, inseguimenti mozzafiato, disvelamenti improvvisi, ma prima oculatamente seminati, preparati. Empatia, però, questa semplice parola è come un improvviso, ruvido chiodo da vecchio carpentiere piantato lì per dare un primo senso universale a tutto l’infernale rotore tecno-scientifico e solo apparentemente fantascientifico in movimento. L’attuale realtà impazzita, quella rappresentata dentro lo schermo, e quella che stiamo tutti vivendo sulle nostre strade, ha urgente bisogno di umana empatia, perché essa è l’unica, autentica radiazione di fondo, originariamente pulsante nell’universo. Steven Spielberg è la quarta volta che torna sul tema degli extraterrestri, ma mai come questa volta lo fa per parlare dei terrestri. Un mondo sull’orlo di una crisi internazionale (come di fatto lo siamo veramente), dove tutto è dominato da sistemi di Intelligenza Artificiale che riescono a entrarti e condizionarti sotto pelle. Nessuno può sfuggire. Un ragazzo ci prova. Genio informatico matematico, ex carcerato, ha con sé una messe di schede elettroniche con dentro uno stravolgente segreto planetario, hanno tenuto blindato dagli Usa durante tutta la storia nazionale e internazionale degli ultimi 80 anni. Obiettivo del ragazzo, di chi lo aiuta, lo guida, lo spinge alla meta è il DD, il Disclosure Day, il giorno della rivelazione per l’intero pianeta in collegamento simultaneo su tutti i piccoli e grandi devices, display, schermi disseminati in ogni angolo del Terra. Con lui due donne, una ex novizia e una annunciatrice del meteo-tv, con improvvise doti di interiore pluri-veggenza empatica. Distribuzione: Universal Picture.
Durata:145 minuti.

Ex Libris

La vergogna può essere un legame più forte dell’amore

a cura di M.F.

Rileggendo queste pagine ho pensato a Primo Levi, che una volta si definì “italiano ed ebreo”. Nel caso degli ebrei, l’esistenza di Israele ha reso sempre più frequente un sentimento di appartenenza duplice – anche se per molti la sequenza enunciata, a ragion veduta, da Levi va rovesciata. Questo sentimento duplice, riscontrabile in molti ebrei diasporici, complica l’argomentazione sulla vergogna proposta fin qui. L’orrendo massacro del 7 ottobre avrà generato un senso di vergogna negli uomini e nelle donne appartenenti a comunità palestinesi che non si sono riconosciuti nelle violenze perpetrate da Hamas. Ma la feroce, criminale risposta di Netanyahu, segnata dalla risposta del governo Netanyahu, segnata dalle stragi di bambini e di adulti ridotti alla fame nella Striscia di Gaza, ha suscitato un senso di vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica: per esempio, in un italiano ebreo come il sottoscritto. Come porre fine a questa tragedia? Le soluzioni che vengono proposte dal governo israeliano sono ripugnanti, e alimentano l’antisemitismo, ripugnante sotto ogni forma.
Alla fine di questo saggio parlavo di “identità multiple”: un passo avanti, senza dubbio, rispetto alla nozione, che rifiuto, di identità unica. Ma va comunque sottolineata l’interazione tra identità (come nel caso delle impronte digitali) e identificazione, più o meno consapevole. La radice della vergogna è qui.
[Carlo Ginzburg (1939-2026) “Il vincolo della vergogna”, post-scriptum 2025, Adelphi 2025, pag.27].

Analisi

Perché ripudiare la guerra non è solo un articolo della nostra Costituzione, ma una precisa visione della storia, del mondo, della società

Dal punto di vista storico e culturale, p..eµ.. (pólemos) in greco e bellum in latino non coincidono perfettamente con ciò che oggi intendiamo con “guerra”, termine che, come abbiamo visto, deriva da un concetto germanico di “tumulto” e “disordine”. Per i Greci, p..eµ.. non era soltanto uno scontro armato: era una condizione di contrapposizione tra comunità politiche. La guerra era considerata una dimensione costitutiva della vita della polis, regolata da norme, rituali e finalità politiche. Non a caso, Eraclito afferma che «p..eµ.. è padre di tutte le cose», intendendo il conflitto come principio generatore dell’ordine del mondo, non semplicemente come violenza.
Anche il latino bellum designava soprattutto il conflitto legittimo tra entità politiche riconosciute. Per i Romani esisteva persino il concetto di bellum iustum, la “guerra giusta”, che doveva rispettare determinate procedure religiose e giuridiche. La guerra era dunque un’istituzione del diritto pubblico, non una mera esplosione di caos. Il germanico werra, da cui deriva “guerra”, porta invece un’immagine diversa: confusione, disordine, rissa, tumulto. Quando questo termine sostituisce bellum nelle lingue romanze, il lessico riflette anche un mutamento storico: il mondo dell’Alto Medioevo è caratterizzato dalla frammentazione del potere, da conflitti meno formalizzati e da una violenza spesso diffusa e privata, assai diversa dalla guerra “istituzionale” concepita da Greci e Romani. Si potrebbe quindi riassumere la differenza così: p..eµ..: il conflitto come categoria politica e persino cosmologica. bellum: la guerra come atto pubblico, giuridicamente e religiosamente riconosciuto.
guerra (werra): il conflitto come disordine, tumulto e scontro violento, da cui si sviluppa il significato moderno.
In questo senso, il passaggio da bellum a werra non è soltanto un cambiamento linguistico: riflette anche una diversa concezione della violenza organizzata e del rapporto tra ordine e conflitto nella società europea medievale. Non è forse quello che le attuali crisi geopolitiche stanno dimostrando?

Il verso giusto
cura di Monica Maggi

La guerra

di Valerio Magrelli

Il verso giusto a cura di Monica Maggi
La guerra di Valerio Magrelli
Domenica mattina,
mi risveglia la voce
di mia figlia che gridando
dalla cucina chiede
a suo fratello
se davvero la Bomba,
quando scoppia,
lascia l’ombra
dell’uomo sopra il muro.
(Non di “un uomo” :
“dell’uomo”, dice). Lui
annuisce, io mi giro
dentro il letto.
_________
Valerio Magrelli (Roma, 10 gennaio 1957) è un poeta, scrittore, francesista, traduttore e critico letterario italiano. Laureato in filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è un esperto di letteratura francese, materia che insegna presso l’Università degli Studi Roma Tre. All’età di ventitré anni debuttò come autore con una raccolta di poesie dal titolo Ora serrata retinae.

Cattive Compagnie Pub Hamburgheria Friggitoria a Savrofano

Infrastrutture

Il pasticcio del traliccio

Cronaca di una polemica annunciata, come un film tratto da una storia vera

di Adriano Blake Faggioni

Il riverbero azzurro della piscina era l’unica cosa che provasse a sfidare la prepotenza del cielo estivo di Sacrofano. Il Custode se ne stava a bordo vasca, gli occhi socchiusi per proteggersi dal sole, cercando di ritrovare quell’antico senso di isolamento che lo aveva fatto innamorare della campagna. Un isolamento felice, scelto, scandito dal fruscio degli alberi del Parco di Veio e dal silenzio interrotto solo, di tanto in tanto, dal ronzio di una vespa.
Poi, bastava sollevare lo sguardo oltre la siepe.
Lassù, imponente e nudo, svettava il gigante. Trentasette metri di acciaio zincato che tagliavano in due l’orizzonte. Uno scheletro industriale piantato nel cuore del giardino del Grande Albergo. La struttura se ne restava lì, silenziosa, una sfinge di cemento che aveva barattato la linea dell’orizzonte dei suoi vicini con un generoso canone d’affitto annuale siglato con i colossi della telefonia. Nessuna dichiarazione, nessun commento: l’ombra del profitto non ha bisogno di parlare, le basta esistere sotto forma di licenze protocollate in Comune. Il Custode guardò il telefono. Lo schermo segnava lo Speedtest che aveva eseguito poco prima: 432 Mbps. La fibra ottica passava invisibile sotto i loro piedi, silenziosa e potente. Eppure, là sopra, gli operai stavano per montare i tre radianti per la triangolazione e le antenne 5G. Un paradosso moderno, una cazzata monumentale di proporzioni ingegneristiche che gli stringeva lo stomaco. Prese il telefono e, quasi per istinto di difesa, cercò la piazza. Quella virtuale.
Il gruppo Facebook “…di Sacrofano se…” si infiammò nel giro di pochi minuti, non appena l’immagine di quel traliccio nudo apparve sulle bacheche dei residenti. Fu come lanciare un fiammifero in una polveriera di provincialismo e frustrazione digitale.
«Scempio per la zona di Monte Caminetto. Incredibile averlo anche solo ipotizzato e permesso», scrisse Il Custode, dando inizio alla cronaca di una battaglia epica.
La risposta della sponda opposta non si fece attendere. Madama Sbriga arrivò a gamba tesa, con la freddezza di chi ha una missione da compiere:
«Finalmente direi».
Il Custode sentì le dita muoversi veloci sulla tastiera: «Se ti mettessero un pilone di fronte l’ingresso di casa di 40 metri diresti lo stesso?».
«Sì, direi lo stesso visto che è una zona dimenticata da Dio», replicò lei, irremovibile. «Tra l’altro è davvero davanti casa mia».
Il dialogo si trasformò rapidamente in un duello surreale.
Il Custode provò a brandire la logica come uno scudo: spiegò l’impatto paesaggistico, il declassamento degli immobili, il valore del decoro urbano. Parlò del Wi-Fi Calling, della differenza fondamentale tra la linea dati fissa e la rete mobile. Ma nella piazza virtuale la logica è una lingua morta.
Dalle retrovie, la fazione degli egoisti digitali iniziò a lanciare i suoi dardi. C’era la signora Bla-Bla, che con tono di sufficienza liquidava ogni discussione estetica, convinta che il progresso dovesse per forza avere la forma di un missile di ferro piantato tra le querce. Poco contava che non vi fosse uno straccio di documento a testimoniare una reale utilità per la vallata; per lei la democrazia si misurava a percezioni astratte.
Poi arrivò il signor Sconnesso, con la sentenza definitiva del passante distratto: «Poi però quando non funziona internet, post di lamentele… decidete». Era il trionfo dell’incomunicabilità. Una fazione che esigeva le sue cinque tacche di segnale sullo schermo per guardare i video sul divano, totalmente indifferente al fatto che quella colata di cemento e metallo era una toppa clamorosa, un’assurdità logica in un’area già interamente cablata dal sottosuolo.
Mentre il dibattito infuriava, la realtà locale sfogliò le sue pagine più bizzarre. Un’alleata preziosa, la dottoressa Ragione, provò a scendere in campo al fianco del Custode, ridendo apertamente di chi confondeva un’antenna cellulare con la rete internet domestica: «Attribuire la responsabilità di questo scempio a chi ha segnalato i guasti della linea fissa mi fa veramente sorridere!».
Ma il fronte dei contrari era ormai un fiume in piena che deviava in mille rivoli. Ci fu l’incursione della fazione nostalgica. Il signor Amarcord, guardando quel mostro del futuro, si perse nei ricordi d’infanzia: «Buttiamo via tutti sti smartphone… e torniamo al gettone… Pensate che pace». Un frammento di poesia analogica gettato nel tritacarne del 5G. Subito dopo, il panico dell’invisibile prese il sopravvento. Madama Ansia evocò lo spettro dell’elettrosmog: «Altro che estetica, qui ci friggono il cervello a tutti…».
L’incoerenza divenne totale quando qualcuno accusò Il Custode di essere un ipocrita: se ti piace tanto l’isolamento della campagna, venditi lo smartphone e non scrivere sui social! Spiegare che si poteva amare la tecnologia senza desiderare un ecomostro nel proprio giardino era ormai un’impresa disperata. La folla voleva il suo colpevole e le sue cinque tacche di segnale. (1-continua).

Corsivo corrosivo

Il territorio e il nuovo punto G.

A quanto ci risulta, la conferenza dei servizi ha autorizzato l’installazione dell’antenna per la connessione del 5G in un terreno privato, grazie ai fondi PNRR, a Monte Caminetto, la località più popolosa del territorio del Comune, oltre che lembo estremo a nord di Roma Nord. A molti il traliccio è sembrato uno sfregio del panorama. Vero. Come lo furono nel tempo, prima dell’istituzione del Parco di Veio, vero contraccettivo degli amorosi sensi tra piani regolatori e licenze edilizia, quei facili costumi della lottizzazione, che spesso da abusiva è stata “poi sanata”, – tipo matrimonio riparatore – con la conseguente nonché tardiva installazione delle infrastrutture per la distribuzione dell’elettricità, dell’acqua e delle fognature, vale a dire la cosiddetta urbanizzazione, quell’insieme di servizi che rendono pienamente godibili gli immobili, dando loro il valore di mercato desiderato. Adesso sembrerebbe toccare al 5G rendere ancora più eccitante il prezzo al metro quadro. Perché succede sempre che il valore immobiliare sia il solo parametro di misurazione della qualità dell’abitare. È il capitalismo, bellezza!

Educazione ambientale

Come gestire un incontro ravvicinato con il cinghiale

Fabio Neri del Parco di Veio: “Una convivenza pacifica è possibile, grazie a pochi accorgimenti, molta calma e niente paura”

Fabio Neri

(Fabio Neri)

Fabio Neri è guardiaparco dal 2000, appena il Parco di Veio -istituito nel 1997 – assunse una fisionomia organizzativa ben definita. Oggi è il responsabile e dirige una ventina tra uomini e donne il cui compito è vigilare sull’integrità del perimetro del Parco, che ricordiamolo, consta di 14.984 ettari. La sede del Parco di Veio è Sacrofano, il comune che ha una scrofa nel simbolo e spesso un ragù di cinghiale sulle pappardelle. Se tra i compiti delle e dei guardiaparchi si annoverano la vigilanza sul rispetto delle normative ambientali il contrasto del bracconaggio, dell’abbandono di rifiuti, dei tagli abusivi o dell’accensione di fuochi, tra i compiti istituzionali c’è anche e forse soprattutto l’educazione ambientale, che dovrebbe tutelare la flora e la fauna meglio della repressione dei cattivi comportamenti. È a questo proposito che chiediamo a Neri che cosa non fare se ci imbattiamo in un cinghiale. “Non correre né verso né davanti a lui”, ci dice subito “non avvicinatevi, non cercate di accarezzarlo o peggio di dargli da mangiare”. Calma e autocontrollo sono le vere precauzioni, ci spiega, non urlate, non fate gesti bruschi né lanciategli oggetti contundenti. “I cinghiali hanno paura dell’uomo, quindi se si sentono in pericolo diventano aggressivi”. Che fare, allora? “Lasciategli una via di fuga. Spostatevi lentamente se vi accorgete di essere tra un animale adulto e i piccoli”. Riassumendo: se li incontrate, fermatevi, fate passi indietro senza dare loro le spalle, se lo sentite sbuffare o battere gli zoccoli per terra, aumentate la distanza tra lui e voi. E se avete il cane al guinzaglio? Tenetelo stretto e accorciate il guinzaglio. “Questi sono i consigli forniti dall’ ISPRA”, ci conferma Neri. L’ISPRA è l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, studia la distribuzione e la consistenza delle popolazioni di animali selvaggi e, oltre a definire i criteri tecnico-scientifici per la loro gestione, fornisce indicazioni alle Regioni e ai parchi su prevenzione dei danni, sicurezza pubblica e conservazione della fauna. “Queste indicazioni di comportamento andrebbero seguite senza riserve, perché sono frutto dell’esperienza, oltre che della ricerca”. Perché sembrano così tanti i cinghiali? “Il fatto è che la prolificità delle femmine tende a supplire a una aspettativa di vita molto precaria, di una cucciolate non sopravvivono molti esemplari, sia per incidenti che per malattie e infezioni”. Dunque, dovremmo imparare a convivere? “In realtà – ci dice Neri – sono loro che sono indotti, per non dire costretti, a saper convivere con noi, grazie a comportamenti umani responsabili e rispettosi della diversità, né provocatori né lassisti.” Il responsabile dei guardiaparchi lo dice apertamente: gli animali selvatici non sono come quelli domestici, non si educano col cibo, né con le carezze, o con gesti autoritari. “Il nostro cibo – dice Neri – può fare loro davvero molto male, i tentativi di famigliarizzare rischiano inevitabilmente di essere interpretati con una minaccia a cui reagire”. Insomma, la miglior prevenzione è il rispetto, cioè mantenere le distanze? “Sì, è così”, ci conferma Fabio Neri.

La redazione di La Nuova Sacrofano tutta si stringe con affetto e forte vicinanza a Cristina Cotarta, preziosa collaboratrice del giornale e alle sue figlie, Diana e Rebecca per esprimere le più sentite condoglianze per la scomparsa di Gennaro Petta, terribile perdita che improvvisamente si è abbattuta sulle loro vite.

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Restaura/azione

Il centro storico come un museo diffuso e a cielo aperto

Portate con voi questa pagina, vi farà da guida turistica, vi fornisce le notizie storiche e artistiche salienti per dare un senso culturale alla vostra visita al portale di San Biagio e al Campanile di San Giovanni

di Alessia Felici

Stemma del portale di San Biagio
Nel 1572, ad opera della Comunità, rappresentata dai Massari e dal prete (“prete Marcantonio Nello notario publico”) che era anche il notaio, si dà l’incarico allo scalpellino Mastro Titta, abitante in Sacrofano, per la costruzione della Porta Romana “de pietre lavorate a bungi”. (dall’Archivio Notarile di Sacrofano. “contratto con lo scalpellino”, 26 Febbraio 1572). Il cartiglio apposto sopra l’arco reca sulla porzione superiore l’effige di San Biagio, scolpito come vescovo, con mitria e pastorale, sotto c’è una scrofa “passante”, femmina perché riconoscibile dalle mammelle. Tra i due soggetti vi è una scritta orizzontale in stampatello che recita “PROCTETORE”, riferita al San Biagio, protettore degli scrofanesi simboleggiati dalla scrofa! Lo stemma, diversamente dal portale in tufo, è in marmo. Ha un profilo a volute multiple laterali e sulla sommità è riportata una testina tipo “mascherone”.

(Il campanile di San Giovanni)

(Il campanile di San Giovanni)

Campanile di San Giovanni
Il campanile della chiesa di San Giovanni Battista risale al XIII secolo, come il primo impianto della chiesa e lo si rileva dalla lettura delle pietre costituite da conci in tufo locale, compatti e regolari, con esigua malta di allettamento in calce, di cui quelli del campanile, al di sopra del basamento sono i più regolari. È in stile romanico e in origine aveva un primo piano con monofore a sesto acuto e gli altri due piani superiori con bifore a tutto sesto. La sua snellezza ed altezza ne fa un unicum nell’area a nord di Roma. A causa di un fulmine (3 maggio 1942) subì un’importante lesione che venne risanata con la demolizione e ricostruzione di più della metà della sua altezza. Non sappiamo a quando risalga il quadrante dell’orologio ma se in origine le campane erano suonate manualmente con le corde, il meccanismo a pesi e pendolo, ancora presente nella torre campanaria e non più in uso dagli anni Settanta del XX secolo, risale al 1681. La campana che suonò nel campanile fino al 1799, quando poi si criccò, è riposta all’interno della chiesa di San Giovanni e già proveniva dalla chiesa di San Marcello, località presente nel territorio di Sacrofano lungo la via Flaminia, ed è datata al 12 marzo 1357, in ricordo del ritorno dei papi a Roma dopo la repubblica romana di Cola di Rienzo. Fu donata dai romani Nello e Cianolo.

Analisi

Chi ha inventato la manipolazione della realtà, il revisionismo storico, la gogna mediatica?

Gli spin doctor, i social media manager, gli influencer hanno solo replicato un fenomeno che viene da molto lontano

Non parliamo del processo farsa a Sacco e Vanzetti, della “Storia della colonna infame” di manzoniana memoria, né del 1984 di Orwel, men che meno del rogo cui fu condannato di Giordano Bruno. Andiamo ancora più indietro, agli albori della tanto decantata supremazia della civiltà occidentale. Eccoci giunti a Omero e alla sua epica. Che fu concepita per cancellare dalla storia il vero protagonista della guerra di Troia: Palamede. “Era uno dei generali più importanti di Agamennone, la tradizione gli attribuiva l’invenzione della scrittura, dei numeri, dei pesi e delle misure, della divisione del tempo”, si legge su https://www.mitonomica.com/?s=Palamede Che gli attribuisce anche l’organizzazione dei turni di guardia, i segnali di fuoco, gli scacchi e i dadi per le notti d’attesa. Sembra che tutto quello che rendeva il campo greco un esercito ordinato veniva da lui. Tuttavia, Omero lo nomina una sola volta nell’Iliade, ma non gli dedica mai una scena né un episodio. Nell’Odissea poi non compare affatto. Perché? Ulisse e Palamede si odiavano, il motivo lo potete leggere sul sito appena citato. Qui ci riferiamo alla montatura che lo vide condannare per omicidio, con le prove false costruite appunto da Ulisse. Vediamo meglio. Palamede è la vittima perfetta dell’astuzia organizzata, e la sua storia ci consegna tre verità che riguardano anche le nostre vite di oggi, il nostro rapporto con l’informazione, la propaganda, il sentito dire, il consenso, il like. La prima riguarda la natura delle prove.
Le prove non devono essere vere, devono essere credibili, la lettera contraffatta di Priamo, l’oro nella tenda, la storia coerente raccontata al momento giusto: tre elementi che non hanno nulla di vero ma che funzionano alla perfezione anche perché chi ascolta vuole una spiegazione veloce. Oggi questa dinamica si ripete ogni giorno, in forme diverse. I processi mediatici costruiti nei salotti televisivi, le condanne pronunciate nei tribunali dell’opinione pubblica, le ricostruzioni che circolano sui social molto prima che i fatti siano stati accertati. Chi sa costruire una narrazione credibile ha spesso un vantaggio su chi possiede semplicemente la verità, perché la verità è lenta: ha bisogno di indagini, verifiche, contraddittorio, tempo. La menzogna ben costruita è veloce, offre subito una storia completa, un colpevole, un movente, e quando la verità arriva, spesso trova una sentenza già pronunciata. La seconda verità riguarda chi vince questo tipo di scontro. Vince sempre Odisseo e non per superiorità morale, ovviamente, ma per superiorità di mezzi. Palamede gioca con regole che si è imposto da solo: dire il vero, chiedere verifica, sottoporsi al giudizio collettivo. Odisseo gioca senza regole e quando due persone si affrontano e una sola delle due rispetta le regole, l’altra ha già vinto prima di cominciare. Questa è la ragione strutturale per cui gli uomini onesti perdono quasi sempre contro gli uomini astuti, e perché ogni società che vuole proteggere l’onestà deve costruire intorno ad essa strumenti che la difendano. Senza tribunali, senza prove documentali, senza diritto alla replica, l’uomo onesto è disarmato. La terza verità è quella che il mito ci consegna attraverso il silenzio di Omero. Di solito chi vince scrive la storia. Non solo conquista il presente, conquista anche la memoria. Palamede è stato ucciso una prima volta dalle pietre dei suoi compagni, poi è stato ucciso una seconda volta dal silenzio del poema che avrebbe potuto raccontare la sua storia. La cancellazione totale è la forma più radicale di vittoria, perché toglie alla vittima persino il diritto di essere ricordata come vittima. Forse, a questo punto, potremmo aggiungere un’ultima verità: chi costruisce montature, chi le rende note, chi le usa, chi ci specula per avvantaggiarsene conta sul fatto che noi potremmo essere sempre disposti a crederli e quindi a lasciarlo fare impunemente.

(Omero)

La cerbottana

Se AI vuol dire Arroganza Immediata

Un tempo si chiamava servizio clienti, un fondamentale del marketing, che detto così sembra una roba seria, anche perché in italiano dovrebbe essere molto più semplicemente “mercatare”, ma pareva brutto. Marketing, invece, è una disciplina che vorrebbe essere scientifica, piena di precetti, di innovazioni, di escamotage, di promesse, che vengano poi mantenute o meno è, appunto, il meno.
Qual era, dunque, il compito del servizio clienti? Creare la “Customer Satisfaction”, magari con la promessa garantita dalla vecchia formula “soddisfatti o rimborsati.” Ricordate (I Can Get No) Satisfaction”? I Rolling Stones la cantavano nel 1965, sessanta anni dopo le aziende ce la cantano e soprattutto ce le suonano. Hai domande? Beccati le FAQ (che suona coma quel verbo inglese che non vuol dire esattamente “mi prendo cura di te”) Insisti a chiamare per chiedere aiuto? Beccati la voce preregistrata. Usi l’App? Il tuo assistente virtuale ripete le stesse risposte preconfezionate. Ecco che il marketing è diventato il braccio violento dell’oligarchia digitale: ti credevi ancora un cittadino, un utente, un consumatore tutelato dalle leggi vigenti? Roba vecchia, per stare al passo coi tempi, dal girone infernale dei clienti, grazie alle magie della “modifica unilaterale del contratto”, – quella magia per cui non c’è bisogno del tuo consenso, basta il tuo conto corrente -, sei finito in ostaggio di offerte vincolanti, con clausole che non ammettono alternative. L’estremo insulto alla tua intelligenza te lo spiattella la voce registrata: “questo è un servizio di intelligenza artificiale generativa, o accetti o ti rivolgi al punto vendita più vicino”. Come dire: “Io so io e voi non siete un ca..o,” proprio come quel verso del Belli, diventata famosa battuta nel film “Il marchese del Grillo”.

AMO NATURA Erboristeria a Sacrofano

Green economy

Noi e l’economia economia circolare

Si rende necessario comprendere meglio cosa implica la gestione diretta del conferimento ai Consorzi di riciclo

di L B

Prendendo spunto dall’articolo “Sacrofano entra nell’economia circolare”, pubblicato sull’ultimo numero di La Nuova Sacrofano, emergono un paio di approfondimenti relativi al concetto di economia circolare e alle implicazioni della gestione diretta del conferimento ai Consorzi di riciclo.
Partendo dal presupposto che la cultura della raccolta differenziata si è meritoriamente radicata nella cittadinanza – esiste ormai una generazione cresciuta interamente con il sistema del porta a porta – e vista l’ottima sinergia con l’attuale gestore, vi è un punto fondamentale da comprendere: dove finiscono i nostri rifiuti?
L’economia circolare richiede di “progettare, riutilizzare, riparare e rigenerare. Raggiungere l’84,70% di raccolta differenziata significa che i cittadini dividono bene i materiali; tuttavia, ciò non garantisce affatto che i consorzi di riciclo riescano poi a rigenerarla. In questo modo, infatti, si rischia di equiparare la semplice raccolta al riciclo effettivo.
Una delle chiavi della cosiddetta economia circolare è la trasparenza sulla filiera. Sapere cosa succede alla plastica che smaltiamo, dove finisce e cosa viene realizzato serve sia a motivare il cittadino, sia a prevenire cattive abitudini, orientando a lungo termine le scelte del consumatore.
C’è inoltre da inquadrare lo scenario relativo alla gestione diretta dei proventi dei consorzi a partire dal 2026. Se in condizioni ideali questo costituisce un beneficio in grado di alimentare un circolo virtuoso – che può portare alla riduzione della TARI –, lo scenario presenta comunque alcuni aspetti da esplorare. Il primo riguarda la qualità della differenziata: se i cittadini differenziano male, il Comune riceverà, verosimilmente, meno fondi del previsto. Fino a oggi questo rischio era a carico del gestore della raccolta.
Domani, invece, a meno di specifiche clausole contrattuali, gli operatori di Tekneko non avranno incentivi diretti a “ispezionare” i sacchetti o a rifiutare i conferimenti errati, poiché le eventuali penalità non ricadranno sull’azienda.
Un altro rischio potenziale è legato alla gestione della catena logistica: cosa succederebbe in caso di ritardi o blocchi (ad esempio, se l’impianto del Consorzio fosse saturo)? Chi si farebbe carico degli eventuali costi di stoccaggio della raccolta?) Infine, resta da chiarire se il beneficio per il Comune sia direttamente legato al valore di mercato delle materie conferite. In tal caso, occorre capire cosa accadrebbe qualora il valore della plastica o della carta crollasse: con ogni probabilità, l’attore che ne subirebbe le conseguenze economiche sarebbe proprio il Comune.
Fino ad oggi il Comune non partecipava direttamente al processo di riciclo, ma gestiva tramite Tekneko un servizio di raccolta porta a porta.
A giudicare dai risultati, il servizio funziona molto bene, anche se per avere una fotografia più nitida bisognerebbe parametrare i dati con altri indicatori.
Sarebbe utile, ad esempio, analizzare il trend della TARI in rapporto all’incremento della percentuale di differenziata negli anni, incrociando il tutto con la capillarità del servizio, la quantità di rifiuti prodotta e il confronto con altre realtà, anche fuori regione. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di una riduzione della quantità di rifiuti prodotti e la strada è quella di un dialogo continuo tra gestore, Comune e cittadinanza, non limitato alla sola efficacia della raccolta, ma improntato alla piena trasparenza, condividendo risultati, opportunità, criticità e future minacce del processo circolare.

Hair Beauty

S.O.S. Estate: capelli protetti e look chic a prova di caldo

di Emanuele Bruschi

Ciao amiche di Hair Beauty! Finalmente il sole è arrivato, le giornate si allungano e la voglia di mare è alle stelle. Bellissimo, vero? Un po’ meno per i nostri capelli, che in questo periodo iniziano a lanciare segnali di aiuto tra raggi UV, salsedine e quell’ umidità serale che trasforma ogni piega in un soffice palloncino crespo. Niente panico! Bastano pochissimi trucchi salvavita per sfoggiare una chioma radiosa, sana e super trendy durante tutta la bella stagione, senza impazzire davanti allo specchio.

1. Protezione prima di tutto (anche in città!)
Pensate mai alla crema solare per i vostri capelli? Proprio come la pelle, anche la chioma soffre: i raggi UV aggrediscono la cheratina, sbiadiscono il colore e seccano le punte. Prima di uscire di casa o di stendervi sul lettino, vaporizzate un olio leggero o un latte spray con filtri UV. Il trucco extra? Prima di tuffarvi in mare o in piscina, bagnate la testa con acqua dolce: i capelli, come spugne già cariche, assorbiranno molto meno cloro e sale!

2. Addio piastra, via libera al naturale
Diciamolo con sincerità: con trenta gradi all’ombra, l’idea di accendere phon e piastra è un vero incubo. Diventate amiche della vostra texture naturale. Se avete capelli mossi o ricci, bandite le schiume pesanti e provate lo styling con creme idratanti senza risciacquo, lasciando asciugare la chioma all’aria aperta. L’effetto “leone” sarà solo un lontano ricordo e i capelli ringrazieranno.

3. Lo Chignon Furbo: l’alleato delle tue sere
Per le serate estive serve un raccolto tattico. Il re indiscusso è lo chignon elegante, lo chignon tiratissimo che lascia libera la nuca. La mossa geniale? Al posto del gel, usate una generosa dose di maschera super nutriente per creare l’effetto bagnato. Sarete elegantissime per l’aperitivo e, nel frattempo, farete un impacco ristrutturante da risciacquare il giorno dopo. Un vero colpo di genio!
Buona estate a tutte, ILLUMINA sempre!

Pericoli per la salute

A volte il sessismo è sottile come un assorbente intimo

Né in Italia né in Europa non esiste ancora una normativa specifica che ne regoli davvero la composizione chimica

A denunciarlo è un rapporto dell’ONG francese Règles Élémentaires, basato su vent’anni di studi scientifici: cosa contengono davvero i prodotti mestruali? Le risposte sono meno rassicuranti del marketing a cui le nostre lettrici sono abituate. La denuncia è stata recentemente rilanciata dalle colonne della Stampa di Torino da Francesca Santolini. Che ha sottolineato come negli ultimi anni diversi studi hanno individuato tracce di pesticidi, glifosato, piombo, arsenico, mercurio, PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”, oltre a ftalati, bisfenolo A e residui industriali derivanti dai processi di sbiancamento. Mentre uno studio pubblicato nel 2024 su Environment International ha rilevato la presenza di metalli pesanti in tutti i trenta i tamponi analizzati. Il problema è che le normative italiane ed europee valutano le sostanze singole, ignorando il cosiddetto “effetto cocktail”. I tamponi e gli assorbenti si trovano in un limbo giuridico: non sono classificati né come cosmetici né come dispositivi medici, ma come semplici beni di consumo. Il risultato è un sistema con scarsa trasparenza e pochi controlli. E non è solo un problema sanitario, oltre l’80% degli assorbenti finisce in discarica; molti contengono grandi quantità di plastica e sono ormai tra le principali fonti di inquinamento sulle coste europee. Una questione politica sul corpo delle donne.

La ricetta

Zucchine in padella e la cena è più bella

di A I

Per quattro ospiti vanno bene otto zucchine romanesche, ma dieci è meglio, come si diceva nella Roma antica “melius abundare quam deficere”. Lavatele, mozzate le estremità, e tagliatele a rondelle, dello stesso spessore, tre o quattro millimetri. Fate loro cadere dall’alto pizzichi di sale quanto basta ma da ambo i lati, poi deponetele senza sovrapporle in uno scolapasta e lasciate che sudino l’acqua. Nel frattempo, tagliate a striscioline un etto di prosciutto, grasso compreso, adagiatele in padella in cui averte tritato una bella cipolla e aggiunto un cucchiaio di olio d’oliva, meglio se di Sacrofano. Appena la cipolla rosola, aggiungete mezzo chilo di pomodori pelati. Quando il pomodoro è diventato sugo denso e profumato, aggiungete le zucchine, alzate la fiamma e mescolate. Le zucchine devono cuocere, non squagliarsi. Non appena le vedrete cotte, spegnete. Assaggiate il sugo, se è il caso ancora un pizzico di sale, ma certamente aggiungete pepe nero. Versate tutto nel piatto da portata e poi fategli piovere sopra una abbondante spruzzata di prezzemolo e basilico tritati. Che sia un secondo vegetale o un contorno, al palato dei vostri ospiti interesserà solo mangiarle di gusto.

Lieti eventi

È tornata la cicogna a Sacrofano

Un affettuoso benvenuto a Lorenzo, e tanti auguri e congratulazioni a Barbara e Fabio da parte della redazione.

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Economia

Il mito della lunga durata del governo

La storia italiana mostra che sono stati governi di breve o brevissima durata a realizzare le riforme più significative

di Guglielmo Forges Davanzati, Unisalento

Il governo Meloni si avvia al compimento del quarto anno e non fa mistero di considerare la sua lunga durata un successo in quanto tale. Contro questa narrazione, è agevole dimostrare che – almeno per quanto riguarda la politica economica – la qualità dell’azione di un esecutivo non dipende dalla sua longevità. Fra le due variabili non c’è correlazione e, dunque, la lunga durata non può essere motivo di vanto. Ciò per due ragioni: la prima riguarda la rilevanza degli interventi realizzati e le innovazioni introdotte; la seconda attiene ai risultati ottenuti.
La lettura della storia repubblicana italiana mostra innanzitutto che sono stati governi di breve o brevissima durata a realizzare le riforme più significative, ovvero quelle che hanno avuto il maggiore impatto nel tempo e per la gran parte della popolazione. Si pensi, a titolo esemplificativo, agli interventi sull’edilizia pubblica del 1949 (Governo De Gasperi, della durata di 1 anno e 8 mesi); alla nazionalizzazione dell’energia elettrica (1962), realizzata dal Moro I, un esecutivo che durò appena sette mesi e mezzo; alla nascita dello Statuto dei Lavoratori (1970) sotto il terzo governo Rumor, in carica per soli 192 giorni; alla grande riforma fiscale del 1971 (Governo Colombo, durata 1 anno e 6 mesi) e all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, firmata dal Governo Andreotti (1 anno e 9 giorni).
Allo stesso modo, le migliori performance macroeconomiche della nostra storia recente sono state ottenute con esecutivi a breve scadenza. Negli anni del “miracolo economico” – dal 1951 al 1963 – il tasso di crescita medio del Pil italiano è stato nell’ordine del 6%, a fronte di una durata media dei governi di circa 10 mesi, notevolmente più alto di quello medio dell’ultimo quadriennio.
Neppure si può sostenere – come fa l’esecutivo – che la riduzione dello spread sia dovuta alla percezione di stabilità istituzionale trasmessa agli investitori. Basti considerare che tra il 1997 e il 2007 – nel susseguirsi di ben sette governi diversi – il differenziale di rendimento rispetto ai Bund tedeschi è rimasto oscillante tra i soli 20 e 50 punti base (oggi viaggia intorno ai 75 punti rispetto ai titoli decennali). La recente discesa dello spread, semmai, è dipesa dalla contrazione dell’economia tedesca.
I dati sulla crescita – che si possono considerare il termometro del successo dell’azione politica – mostrano una frenata costante: dal 4% del 2022 si è passati allo 0,9% del 2023, allo 0,7% del 2024 e allo 0,6% del 2025 (dati Istat), per una media triennale dello 0,73%. La media OCSE del tasso di crescita del Pil è stata, nel triennio 2023-2025, pari all’1,33%, a fronte del 3% registrato nel 2022. Facciamo, dunque, peggio degli altri e peggio di prima. E questo nonostante un contesto macroeconomico inizialmente favorevole, caratterizzato dal calo dell’inflazione, dal taglio dei tassi BCE e dall’ampio spazio fiscale del PNRR: fattori non determinati dalle politiche di questo governo.
Finora, l’esecutivo Meloni si è contraddistinto per aver duplicato – spesso con minor fortuna – riforme avviate dai governi precedenti. Si tratta, a ben vedere, di un filo rosso bipolare tipico della cosiddetta Seconda Repubblica: spesso è stato il centro-sinistra ad avviare un percorso tecnocratico e liberista, che il centro-destra ha poi cercato di ultimare estremizzandolo. È accaduto con la precarizzazione del lavoro (dal Pacchetto Treu del 1997 alla Legge Biagi del 2003), con l’Università (dal “3+2” di Berlinguer alla riforma Gelmini), con il federalismo fiscale – sfociato oggi nell’autonomia differenziata – e con le politiche di austerità e di privatizzazione.
Questa dinamica spiega, in parte, la convergenza al centro del governo Meloni. Un’ipotesi che rimanda al cosiddetto teorema dell’elettore mediano: la convenienza dei partiti a competere sul consenso di chi si posiziona al centro dello schieramento, assumendo che gli elettori moderati siano i più numerosi.
Ma se è vero questo apparente paradosso – per cui i governi brevi hanno fatto di più e meglio – bisogna comprenderne le ragioni profonde, soprattutto per evitare che il mito della “governabilità”, smentito dai fatti, diventi l’alibi per accentuarne le distorsioni del sistema attraverso il premierato. Le grandi riforme della Prima Repubblica erano precedute e sostenute da un’ampia elaborazione teorica, prodotta dai massimi intellettuali dell’epoca e tradotta in documenti di programmazione economica. L’obiettivo era orientare, coordinare e pianificare le risorse disponibili verso traguardi sociali e di crescita di lungo periodo (come fu il Piano Vanoni, di durata decennale). Pesavano, in quella esperienza, due fattori, del tutto indipendenti dalla durata dei singoli governi e oggi assenti: l’orizzonte di lungo periodo delle scelte politiche – contrapposto al “breve-periodismo” attuale – e la massima rilevanza che il ceto intellettuale (filosofi, economisti, giuristi) aveva nel produrre una visione di sviluppo del Paese. (Per gentile concessione di “Domani”)

Associazioni

Volontari per il bene di tutti

Discreti, attenti, esperti: abbiamo parlato con il responsabile delle persone che supportano la Polizia locale in tutte le manifestazioni pubbliche

Pasqualino Di Marco, lei è stato recentemente riconfermato presidente della sezione di Sacrofano dell’Associazione Nazionale Carabinieri.

Lei viene dall’Arma dei Carabinieri?
Sì, sono stato nell’Arma dei Carabinieri per oltre 30 anni. Mi sono congedato nel 2013.

Come si diventa soci?
Si diventa soci dell’ANC facendo domanda alla presidenza della sezione, al riguardo è bene specificare che ci sono tre categorie di soci. Soci effettivi (quei soci che sono stati Carabinieri); soci familiari (discendenza diretta dal carabiniere cioè padre/madre o figlio/figlia); soci simpatizzanti (quei soci che anche non avendo familiari nell’Arma, manifestano vicinanza, purché abbiano la fedina penale pulita).

Quanti iscritti contate a Sacrofano?
La sezione di Sacrofano conta 74 associati di cui 16 soci effettivi, 14 soci familiari e 44 soci simpatizzanti.

In senso più generale, quanti sono gli aderenti all’ANC nei comuni della Città Metropolitana di Roma?
Le posso dire che Roma conta oltre 10 Sezioni ANC. Nel Lazio ci sono circa 79 sezioni. In tutti i comuni italiani se ne contano 1.677 circa.

Quali sono i compiti che in genere vi vengono assegnati dal comando della Polizia Locale?
Siamo un organismo di volontariato iscritto regolarmente al Terzo Settore del Ministero delle Politiche Sociali. I nostri compiti, come richiesto dalla Polizia locale sono di assistenza, informazioni e supporto alla cittadinanza.

Come è vissuto il vostro impegno dai cittadini?
Spero sia visto bene, noi ce la mettiamo tutta per far modo che tutte le manifestazioni nel nostro paese (feste religiose, sagre, Palio della Stella, ecc.) dove viene richiesto il

TANO EVOLUZIONE Elettrauto a Sacrofano

Le persone

Ferdinando Rutolo, il campione

Ferdinando Rutolo, il campione

Classe 1947, a Sacrofano dal 2007. È stato due volte campione del mondo di marcia, specialità per cui ha vinto un titolo europeo, ed è stato tre volte campione italiano. Nel 2012 gli è stata conferita la Stella al Merito Sportivo. Ha fondato il GDS K 42 nel 1978, che ha forgiato 3 titoli italiani nella marcia, e allevato tre atleti per la nazionale. Oggi allena nuove generazioni dedite all’atletica al centro sportivo di Monte Sarapollo.

Le persone

Giuliana Stramacci, l’artista


Estroversa, non convenzionale, dipinge su tela, ma predilige il murales, ha portato la street art a Sacrofano. Le sue opere sono state censite dalla Regione Lazio che le considera buoni esempi di arte pubblica. Partecipa spesso a mostre collettive, viene invitata a creare opere d’arte per eventi aperti al pubblico. Impara l’arte e mettila da parte non fa per lei.

Le persone

Maurizio Bosco, il volontario


Attivo nell’Associazione Nazionale Carabinieri, Bosco è sempre presente durante le manifestazioni pubbliche, sia civili che religiose, organizzate nel territorio di Sacrofano, coadiuvando il corretto svolgimento degli eventi. Il suo punto di vista è chiaro: “Meglio darsi da fare per il paese, che chiedersi cosa il paese possa fare per noi”. Non sarebbe male diventasse l’atteggiamento più diffuso tra i concittadini.

Istruzione

Ogni anno, il mondo della scuola riscopre il doppio significato della parola vacanze

Il tempo libero delle ragazze e dei ragazzi non è mai senza le preoccupazioni di ordine educativo da parte degli insegnanti ed economico da parte delle famiglie

di Marco Ferri

Se vacanza è sinonimo di riposo, divertimento, aria aperta, per il vocabolario della nostra lingua con vacanza si intende assenza di un responsabile, di un servizio, di un’attività. L’interruzione della didattica e delle attività connesse, guidate da un insegnante, pone problemi che spesso sono irrisolti. Le ragazze e i ragazzi, che si sentivano sottoposti alla pressione quotidiana dell’alzarsi presto, entrare a scuola in orario, partecipare all’apprendimento e alla socializzazione con i coetanei, vedono lo spazio creato dalla vacanza scolastica come un luogo immateriale in cui presto avvertono la noia. Come se il tempo libero dagli impegni non potesse essere lasciato a disposizione del dialogo interiore, alla riflessione, al tempo liberato da obblighi. Domenico De Masi (1938-20123), celebre sociologo del lavoro, – recuperando la definizione latina di otium -, sosteneva l’importanza di quello che ha definito “ozio creativo” (Ozio Creativo, conversazione con Maria serena Palieri, BUR 2025), cioè della sapiente fusione giornaliera di lavoro, studio e divertimento, immaginando quanto fosse in realtà produttivo pensare di più invece che fare sempre di più. Chi lo ha conosciuto sa quanto egli fosse perfettamente consapevole che l’apprendimento scolastico era disegnato sul modello organizzativo della giornata di un lavoratore salariato, per il quale l’otium era uno stile di vita vietato se non addirittura additato come deprecabile. “Spesso i miei alunni – mi dice Paola Arbia, maestra dell’IC Pitocco di Castelnuovo di Porto– si lamentano quando hanno la sensazione di fare nulla, temono la noia come la paura del vuoto”. Ed ecco che ricorrono all’uso compulsivo della smartphone, spesso troppo presto fornitogli dagli adulti come talismano contro la noia. “Dopo un intenso anno scolastico in cui sono impegnati nel programma scolastico e coinvolti in attività che prevedono la partecipazione a progetti formativi, – continua la maestra Paola – le vacanze di Natale e quelle estive sono momenti di discontinuità non solo nella didattica, ma anche del dialogo con loro e tra loro. E questo spesso significa dover spendere tempo per recuperare la concentrazione e l’entusiasmo”. Le vacanze scolastiche estive mettono in evidenza come la lunga pausa non rappresenti solo un momento di riposo, ma anche un fattore che può ampliare le disuguaglianze sociali ed educative. Lo sostiene Chiara Saraceno, sociologa e filosofa. In un articolo sul tema redatto per Pubblico, newsletter della Fondazione Feltrinelli. Saraceno sostiene che l’accesso a esperienze estive – viaggi, centri estivi, attività sportive e culturali – dipende fortemente dalle risorse economiche e culturali delle famiglie, con il rischio che i bambini provenienti da contesti più svantaggiati restino esclusi e subiscano una perdita di opportunità educative. I dati richiamati mostrano che: circa un bambino su tre vive in una famiglia che non può permettersi una settimana di vacanza lontano da casa nell’arco dell’anno; il 9,3% dei minori non ha nemmeno la possibilità di svolgere con regolarità attività di svago a pagamento, come sport, centri estivi, cinema o altre esperienze ricreative. A Sacrofano, con l’intervento della parrocchia di San Biagio, è attivo il sistema GREST, acronimo di GRuppo ESTivo, che organizza attività ricreativa ed educative durante l’estate per bambini e ragazzi. In media le tariffe variano tra i 30 ai 90 euro settimanali, che si aggiungono, tra gli altri, ai finanziamenti annuali che il Dipartimento della Famiglia destina ai Comuni. Paola Arbia ci fa notare che alcune scuole primarie hanno predisposto un prolungamento delle lezioni per tutto il mese di giugno e anche per la prima settimana di luglio con laboratori di attività didattico-ricreativa. Tuttavia sono spesso poco accoglienti per via della mancanza di aria condizionata, e di conseguenza poco frequentati. In Italia si calcola che gli edifici dotati di condizionatori siano intorno al 7 per cento del totale.

Il fatto incontrovertibile è che l’estate comporta costi significativi che molte famiglie non riescono a sostenere integralmente, con il risultato di dilatare le differenze tra chi può accedere a esperienze formative e ricreative e chi invece trascorre le vacanze senza attività strutturate. Per esempio, per una famiglia con due figli e genitori che lavorano, coprire circa dieci settimane di chiusura scolastica in estate può significare una spesa complessiva di alcune migliaia di euro, spesso insostenibile per chi ha redditi medio-bassi. Molte famiglie sono quindi costrette ad affidarsi ai nonni, a ridurre le ferie o a rinunciare alle attività educative estive. Domenico De Masi sosteneva che andare al cinema, a teatro o in un museo, ma anche semplicemente fare una passeggiata in campagna ha la capacità di sviluppare la consapevolezza delle proprie conoscenze e la voglia di saperne di più. La maestra Paola sostiene che sarebbe utile che la scuola fornisse suggerimenti operativi su come trascorrere le vacanze, a prescindere dal luogo in cui si svolgeranno. Chiara Saraceno insiste su un punto: le vacanze non rappresentano solo un periodo di svago. Quando alcuni bambini possono viaggiare, leggere, frequentare musei, fare sport o partecipare a campi estivi, mentre altri trascorrono l’estate senza opportunità analoghe, le differenze negli apprendimenti e nelle competenze tendono ad ampliarsi. Le vacanze estive diventano così un fattore che alimenta le disuguaglianze educative, oltre che economiche. Il tempo libero e le vacanze non sono un lusso, bensì una componente importante del benessere e dello sviluppo dei bambini. Chi non può permettersi una vacanza spesso rinuncia anche ad altre esperienze formative e ricreative, con effetti che si riflettono sul benessere, sulla socialità e sul percorso scolastico. Una questione così importante che richiederebbe un decisivo impegno diretto del welfare statale, regionale e quindi comunale, affinché le vacanze facciano organicamente parte dell’anno scolastico.

Enoteca Peccato di Vino a Sacrofano